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Autore: Giovanni Tisti

Giovanni Tisti è laureato in Psicologia e consulente esperto in Salute e Sicurezza sul Lavoro. Certificato DPO/RPD e Privacy Consultant accreditato ACCREDIA, è socio Federprivacy e vanta oltre 10.000 ore di formazione erogata.

I rischi di Facebook – La condivisione di contenuti: profili legali

Privacy e sicurezza – social media

Pubblicare l’opera di qualcun altro come se fosse la nostra, o la fotografia di una persona che non ci ha dato il permesso. Questa e altre azioni simili sono comuni su Facebook e altri social network, ma non per questo sono lecite. Le responsabilità legali sono a carico dell’utente. Postare e condividere attraverso i social è oramai una prassi assai diffusa, tuttavia nel compiere questo tipo di operazioni bisogna prestare qualche attenzione. Nel caso non si fosse a conoscenza delle normative che regolano queste attività, infatti, si rischia seriamente di incorrere in responsabilità di vario tipo, spesso anche penali. Iscrivendosi a un qualsiasi social network (come si può desumere dalle informative dei più utilizzati come Facebook, Whatsapp e Twitter) si accettano automaticamente delle lunghe e dettagliate serie di condizioni che sono indicate nelle relative informative.

Tra le condizioni comuni si possono individuare limitazioni di responsabilità che caricano l’utente della completa ed esclusiva responsabilità per tutti i contenuti postati, condivisi o trasmessi sia pubblicamente che in modo privato (si è completamente responsabili anche quando si riceve un file e lo si condivide nuovamente).

In questo articolo indicheremo i rischi più comuni (e le possibili sanzioni) in cui si può incorrere attraverso un utilizzo non appropriato dell’attività di condivisione sui social network al fine di consentire un lecito utilizzo di questo prezioso e popolare strumento. È da tenere bene a mente che soltanto l’autore ha il diritto esclusivo di pubblicare una propria opera. Nel condividere o pubblicare frasi, articoli o testi che sono stati prodotti da altri bisogna sempre ricordarsi di citare l’autore, in caso contrario si rischia di integrare gli estremi del plagio. Il plagio consiste nella parziale o totale attribuzione di un’opera o nella mancata citazione delle fonti; si verifica per esempio quando il testo viene copiato ed incollato senza i dovuti riferimenti al vero autore ed al testo da cui sono tratti. Dunque, oltre a ragionevoli motivazioni di carattere etico che dovrebbero spingere a non appropriarsi di un’opera altrui, pubblicare una frase o un articolo eliminando il nome del reale autore e facendoli propri costituisce un comportamento che viene punito con pesanti sanzioni indicate dalla legge sul diritto d’autore: pene pecuniarie indicate al primo comma dell’articolo 171 o, in caso di condotte aggravate, sanzioni di carattere penale indicate nei successivi articoli.

Per evitare di incorrere in questo tipo di sanzioni si possono usare vari rimedi, come una formattazione differente del testo (es. virgolettato e corsivo) oppure utilizzando le specifiche funzioni di condivisione previste dai vari social. La diffamazione, prevista all’articolo 595 c.p., consiste nella lesione della reputazione altrui quando si comunica con più persone; il soggetto offeso non deve essere presente altrimenti si ricadrebbe nell’ingiuria, ora depenalizzata.

È semplice intuire come quest’ipotesi possa verificarsi nel mondo dei social dove circola una moltitudine di foto e video ed in cui è possibile pubblicare qualsiasi tipo di pensiero: l’immagine di un soggetto di fronte agli altri può essere facilmente lesa, ad esempio, attraverso post offensivi o con la messa in circolazione di foto o video compromettenti – a tal proposito ci sono purtroppo diversi esempi di cronaca recente, anche drammatici.

Tenendo conto, inoltre della grande potenza diffusiva dei social, la Cassazione ha in più occasioni (es. con sent.  24431/2015) ravvisato la sussistenza dell’aggravante indicata al terzo comma dell’articolo in questione: si parla infatti di diffamazione a mezzo stampa quando un comportamento diffamatorio è posto in essere tramite il web. La pena prevista (e aggravata) consiste nella reclusione da sei mesi a tre anni o in una multa non inferiore a 516 euro.

La ratio di questo orientamento è da rinvenirsi nel fatto che, postando un commento offensivo sulla propria bacheca virtuale (o su quella di altri), il messaggio può potenzialmente raggiungere un numero indefinito di persone (da qui la fattispecie aggravata).

Per le stesse motivazioni lo stesso reato può essere integrato anche nei casi in cui vengano condivise foto o video che possono allo stesso modo essere lesivi della reputazione di un determinato soggetto. Anche in questi casi il contenuto deve essere portato a conoscenza di almeno due soggetti, dai quali deve essere esclusa la persona offesa, e si deve essere consapevoli della potenziale lesività del contenuto. Caso differente può invece essere rappresentato dalla semplice condivisione di un pensiero offensivo senza che questo venga amplificato con ulteriori frasi diffamatorie. Non è detto infatti che condividere equivalga ad approvare, e bisogna contemperare in tutti i casi il diritto della persona offesa con la libertà di espressione di pensiero tutelata dall’art. 21 della Costituzione. Nella sentenza n. 3981/2016 la Suprema Corte ha indicato un comportamento di tal tipo come non penalmente perseguibile. Incerta e discussa resta ancora la situazione dei “mi piace” che secondo parte della giurisprudenza sono da considerare alla stregua di questo ultimo orientamento, mentre per altri sono idonei ad integrare il reato di diffamazione. Ulteriori profili di responsabilità possono rinvenirsi analizzando il codice della privacy: un ritratto fotografico (o realizzato tramite video) di un determinato soggetto è da considerare dato personale (in base all’art. 4) e chi tratta questi dati deve informare preventivamente l’interessato (con le modalità ex art. 13). L’art. 10 del Codice Civile consente la richiesta di rimozione di un’immagine lesiva e la richiesta di risarcimento danni, mentre l’art 96 della legge sul diritto d’autore afferma che un ritratto può essere esposto e messo in commercio soltanto con il consenso della persona rappresentata, con le eccezioni indicate nel successivo articolo. Nel caso in cui i dati in questione vengano trattati senza il necessario consenso, che deve essere libero e, per il trattamento dei dati sensibili, scritto, il responsabile può incorrere nelle pesanti sanzioni indicate all’art 167 del codice della privacy.

Quest’ultimo, denominato “trattamento illecito di dati” stabilisce che chiunque procede al trattamento dei dati personali in violazione di alcune prescrizioni del codice col fine di recare profitto a sé o altri (vantaggi di carattere economico patrimoniale), o al fine di causare un altrui danno (tangibile e reale come ad es. una modifica allo stile di vita causata dalla lesione) è punibile con la reclusione da 6 a 24 mesi. Un esempio è una condanna in Cassazione del 2004, in cui un ragazzo aveva diffuso dei video della sua ex fidanzata senza il consenso della stessa. Una condanna porta automaticamente all’applicazione di una sanzione amministrativa compresa tra i 10.000 e i 120.000 euro.

Per concludere è da precisare che, per tutte le ipotesi analizzate in questo articolo, qualora l’offeso dimostri di aver subito un danno conseguente al comportamento illecito, potrà richiedere il risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali. La prima tipologia di danni sarà maggiormente rinvenibile nelle situazioni relative al plagio ed alla violazione del diritto d’autore; il danno non patrimoniale potrà invece esplicarsi nelle sofferenze di natura interiore ingenerate nella persona offesa a causa della compromissione della propria immagine di fronte a un diverso numero di soggetti. Occorre infine precisare che, oltre alle sanzioni enunciate, è poi possibile che il social di riferimento blocchi il profilo dell’autore dell’illecito o rimuova il contenuto.

Nota: una versione più completa e dettagliata di questo articolo, con precisi riferimenti alla normativa, è consultabile presso il sito Diritto dell’Informatica.  Fonte Diritto dell’Informatica

Come non essere aggiornati su un tema così delicato che oggi inevitabilmente coinvolge tutti noi? Digitech Center forma tutte le Aziende e PA in tal senso. Il diritto alla riservatezza del cittadino dovrà diventare un modus operandi, capovolgendo di fatto la situazione attuale.

 

La scuola al Centro Bando da 240 milioni di euro

240 ore in più all’anno – 6.000 Istituti fra sport, musica, teatro e competenze digitali.

240 milioni di euro per consentire le aperture pomeridiane e in orari extra scolastici in 6.000 scuole di tutto il Paese. “La Scuola al Centro”, l’iniziativa di contrasto alla dispersione scolastica e di inclusione sociale fortemente voluta dal Ministro Stefania Giannini, torna con un nuovo bando finanziato dal Fondo sociale europeo nell’ambito del PON 2014-2020. Questa estate sono state quattro le città coinvolte: Milano, Roma, Napoli e Palermo. Dieci i milioni stanziati nei mesi scorsi per le aperture estive. Ora sarà possibile ampliare l’esperienza in tutta Italia con una maggiore apertura delle scuole in orari diversi da quelli delle lezioni e quindi di pomeriggio e nei week end.

Sono 240 i milioni (fondi europei) che vengono messi a disposizione con il bando pubblicato oggi sul sito del Miur. Un finanziamento che consentirà a circa 6.000 istituzioni scolastiche (il 72,4% delle 8.281 presenti sul nostro territorio) di prolungare il loro orario di apertura, offrendo in tutta Italia ai ragazzi coinvolti un arricchimento del percorso formativo e garantendo alle famiglie e al territorio un presidio di contrasto alla dispersione scolastica e di recupero delle sacche di disagio sociale.

Partendo dal progetto “La Scuola al Centro” stiamo proponendo al Paese un nuovo modello di scuola. Una scuola che è un punto di riferimento non solo quando c’è lezione. Un centro civico dove, anche grazie alla collaborazione con il territorio, i ragazzi possano stare di pomeriggio o nei week end, d’estate come d’inverno, trovando stimoli e iniziative alternative alla strada. La Scuola al Centro è il cuore del nostro piano contro la dispersione scolastica. I dati ci dicono che la situazione sta migliorando, il tasso di dispersione medio nazionale passa dal 20,8% del 2006 al 14,7% del 2015.

Il bando scadrà il 31 ottobre. Le scuole che accederanno ai finanziamenti dovranno garantire almeno 60 ore extra di potenziamento delle competenze di base (tra cui la lingua italiana) e almeno 60 ore extra di sport ed educazione motoria. A queste, si aggiungeranno quattro moduli (da 30 ore ciascuno) che dovranno essere coerenti con il Piano dell’offerta formativa e potranno riguardare il rafforzamento della lingua straniera, le competenze digitali, l’orientamento post-scolastico, la musica e il canto, l’arte, la scrittura creativa, il teatro, i laboratori creativi e/o artigianali per la valorizzazione delle vocazioni territoriali, l’educazione alla legalità e la cura dei beni comuni, la cittadinanza italiana ed europea, i percorsi formativi di inclusione che prevedano il coinvolgimento dei genitori.

Digitech Center considera ancora insufficiente il sistema scolastico. Servono ancora molte cose da strutturare ma staremo a vedere con questo nuovo piano nazionale. Secondo noi, tutto quello che non è controllabile si perderà sistematicamente.

Ogni scuola potrà ricevere 40.000 euro per realizzare le attività extra.

 

 

Arrivano nuovi aiuti per l’industria digitale

Un modello tutto italiano per la transizione digitale dell’industria. Governo e Parlamento sono allineati: le iniziative per l’Industria 4.0 dovranno seguire uno schema di lavoro molto coerente con le specificità della nostra manifattura, senza voli pindarici che cedano alla tentazione di copiare altri esempi. Né Germania né Stati Uniti come totem in altre parole. E non è l’unica consonanza tra l’indagine conoscitiva della commissione Attività produttive della Camera, presentata lo scorso 6 luglio, e il piano che il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda intende illustrare entro il 5 agosto. Una governance snella e operativa; i fattori abilitanti, a partire dalla banda ultra larga; un quadro chiaro degli standard tecnologici; uno sforzo significativo sulla formazione e riqualificazione della forza lavoro: sono tutti punti condivisi. Si veda Il Sole 24 Ore del 24 luglio.

Dall’indagine parlamentare:

«Nella fase in corso, nella quale vengono progressivamente sviluppati e messi a regime i nuovi pilastri dell’ecosistema di Industria 4.0 (piattaforme interoperabili, modalità di raccolta e analisi dei dati, ecc.) i sistemi industriali e nazionali che guideranno il processo avranno benefici anche significativi nel saldo occupazionale».

Ma una selezione sembra inevitabile e a farla sarà la riqualificazione delle competenze, perché non sarà semplice ricollocare tutta la forza lavoro le cui attività saranno superate o da aggiornare nel nuovo ecosistema digitale. È un tema cruciale che non possiamo sottovalutare, ha osservato il presidente della commissione Guglielmo Epifani:

«In Italia – è la tesi – essendo privi di grande capitale finanziario privato ma dotati di grande capitale umano occorre individuare la via per Industria 4.0 mantenendo la produttività del capitale umano con l’innovazione quotidiana, adeguando quindi le politiche attive per il lavoro e la formazione».

Digitech Center è sempre in prima linea ed accoglie con favore il mercato unico digitale. Siamo convinti che la formazione sia davvero l’unico strumento per promuovere la competitività dell’UE. Crescita e occupazione possono produrre effettivi positivi rilanciando il mercato unico e rendere la società più comprendente di nuove opportunità. Condivisione e innovazione sono le carte vincenti per un futuro migliore.

Arriva l’ufficio del personale 2.0

Il 61% delle imprese investe in iniziative digitali nelle risorse umane.

 

Il digitale sta conquistando gli uffici risorse umane. Così le direzioni del personale si attrezzano per reperire nuove professionalità che trasformeranno sempre più il profilo della funzione, da amministrativa a co-responsabile dello sviluppo strategico. La School of management del Politecnico di Milano, attraverso il suo Osservatorio Hr innovation practice, per capire quanto le nuove tecnologie cambieranno l’esistente, ha coinvolto, con survey e casi di studio, oltre 100 Hr executive di imprese medio-grandi. I quali sostengono che, nel 2016, inseriranno nell’ufficio del personale soprattutto tre nuovi profili: il Social media recruiting specialist, il Digital workspace manager e il Digital learning specialist che utilizza tutte le nuove tecnologie per la formazione. «Dalla nostra indagine — spiega Fiorella Crespi, direttore dell’Osservatorio — emerge che il 61% delle imprese prevede per quest’anno un budget per nuove iniziative digitali nelle risorse umane. In particolare nella valutazione delle performance, nella formazione e nella ricerca e selezione del personale».

Paolo Iacci, vicepresidente dell’associazione per la direzione del personale Aidp, ha qualche riserva sulla digitalizzazione della valutazione delle performance. «A parte il trasferimento dal cartaceo ai documenti elettronici — sostiene — nella sostanza non cambia granché. Grandi trasformazioni, invece, investono il recruiting. Finora il primo canale di reperimento delle risorse umane era il passaparola. Oggi invece diventa prevalente la rete perché ci sono siti, basti citare Monster, che processano oltre 70 mila Cv al mese. Quindi le direzioni del personale possono ricavare una mole incredibile di informazioni sulle caratteristiche delle persone e su come si muovono nel mercato del lavoro».

«Ecco perché occorre una figura come il Social media recruiter — commenta Stefano Giorgetti, amministratore delegato della multinazionale delle risorse umane Kelly services — uno capace di muoversi nel mare del web alla caccia dei profili professionali più adatti all’azienda. Non più chi si limita a scrivere bene il testo di una ricerca di personale, ma un professionista in grado di seguire l’evoluzione dei social network e di utilizzarli per attrarre i talenti dando credibilità a ciò che l’azienda dice di sé». Anche il Digital workspace manager sarà sempre più determinante per le risorse umane. «Lo smart working diventerà la normalità — chiarisce Giorgetti — e ciò che conterà sarà il risultato e non la presenza fisica in ufficio. Poiché i team non saranno più tutti in azienda, diventa indispensabile chi sa riorganizzare spazi e relazioni in un modello alternativo di comunità lavorativa ».

Come potrete notare, da tempo anche noi di Digitech Center stiamo cavalcando l’evoluzione formativa che è in atto. Le risorse umane cosa decidono? Investire nel digitale. Proprio così, saranno i Responsabili HR a dover essere d’esempio a tutti gli altri nell’investire verso nuovi canali digitali e far crescere le risorse umane. Bene, allora segnatevi questi nuovi profili, poiché ne continueremo a sentire parlare sempre di più. Digital marketing manager, social media recruiting, social media manager, technology marketing officer e digital learning specialist.

Violazione informatica: non importa dov’è successo?

A quanti è capitato, di accedere senza dir nulla la mittente allo smartphone o al computer del proprio partner? O di spiare il contenuto di una cartella presente nel desktop di un collega d’ufficio? Tali condotte, anche se apparentemente tranquille, in alcuni casi potrebbero esporre l’autore ad importanti conseguenze sotto il profilo penale.

Infatti attualmente, vista l’imponente affermazione di internet, la criminalità informatica sì è evoluta da semplice criminalità “da postazione computer” a criminalità nel “cyberspazio”, in cui diventano penalmente rilevanti nuove tipologie di condotte. Il legislatore ha sempre più l’esigenza di disciplinare e punire la criminalità informatica per evitare che i soggetti che usufruiscono dei servizi messi a disposizione dal mondo telematico restino privi di tutela. Tuttavia la regolamentazione giuridica di un mondo complesso e sfaccettato può, in molti casi, caricare il legislatore di enormi difficoltà.

Digitech Center, punta fortemente su un educazione che diventerà suprema e le aziende dovranno migliorare la qualità della formazione dei loro dipendenti. La forte pressione dei clienti e gli stessi partner faranno balzare la spesa per la Sicurezza superando i 100 mld di dollari nel 2018. Ormai gli evidenti buchi riscontrati nelle aziende non saranno più ammissibili e assumeranno un ruolo attivo nel contrastare questi problemi.

Intel punta sul deep learning

Intel ha acquistato Nervana Systems, una startup impegnata nel settore del deep learning, branca del machine learning che prevede l’impiego di strati di reti neurali per creare intelligenze artificiali capaci di snocciolare una mole di dati senza precedenti a grandissima velocità, con l’obiettivo di rendere le “macchine” sempre più intelligenti e garantire un’interazione sempre più naturale con l’uomo.

Il CEO e cofondatore di Nervana Naveen Rao ha spiegato che l’azienda continuerà a lavorare come fatto in passato, sviluppando framework, piattaforme e hardware per questo campo dell’intelligenza artificiale.

Se ai proclami è sempre meglio anteporre un po’ di cautela, dando un’occhiata al sito di Nervana e più in particolare alla parte hardware si può vedere come l’azienda abbia sviluppato un ASIC per il deep learning, costituito da un interposer e con 32 GB di memoria HBM. L’ASIC offre sei interconnessioni proprietarie bidirezionali che permettono a cluster chip di essere connessi intra o inter-server per ottenere maggiore velocità.

 

La domanda per noi di Digitech Center nasce spontanea. Perché Intel investe nel Deep Learning?
Partiamo dall’aspetto strategico dove il general manager di Intel (già forti nei datacenter) si pone l’obiettivo di migliorare le attitudine nel settore del deep learning. Perché? Questa scelta per noi, dichiara espressamente quanto Intel non sia riuscita a stare al passo della concorrenza in ambito mobile. Infatti il deep learning è al servizio dell’intelligenza artificiale e l’acquisizione di Nervana (sviluppano soluzioni hardware e software per l’IA) la dice lunga sul loro cambio di passo; le cifre si aggirano intorno ai 400 milioni di dollari.

Vedete cari dirigenti, cosa occorre fare per tenere il passo su ciò che ormai ha preso futuro nelle aziende con il learning?

Bando pubblico realizzazione biblioteche scolastiche innovative

In esecuzione del decreto del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca del 6 maggio 2016, prot. n. 299,la Direzione generale per interventi in materia di edilizia scolastica, per la gestione dei fondi strutturali per l’istruzione e per l’innovazione digitale.

Attraverso il presente avviso, indice una procedura selettiva volta all’acquisizione di proposte progettuali per la realizzazione o l’adeguamento di Biblioteche scolastiche innovative, concepite come centri di informazione e documentazione anche in ambito digitale da parte delle istituzioni scolastiche ed educative statali di ogni ordine e grado, favorendo esperienze di progettazione partecipata, di apertura al territorio e di costituzione di reti.

Le biblioteche scolastiche, in questa nuova accezione, si trasformano in laboratori per coltivare e implementare conoscenze, sapere, attitudini e abilità trasversali, utilizzando nuove metodologie didattiche, per formare e sviluppare le competenze chiave dell’apprendimento permanente, quali in particolare la comprensione del testo e la competenza “imparare ad imparare”, connessa all’apprendimento autonomo, all’abilità di perseverare nell’apprendimento, alla capacità di svolgere ricerca, di selezionare e riconoscere le fonti, di organizzare il proprio studio, sia a livello individuale sia in gruppo, a seconda delle proprie necessità, e alla consapevolezza relativa a metodi e opportunità.

Le biblioteche scolastiche innovative quali luoghi di documentazione e di alfabetizzazione informativa devono fornire a studenti, docenti, genitori, personale e alla comunità locale spazi sia fisici sia digitali attraverso i quali accedere a un vasto panorama di sapere, conoscenze, risorse informative e formative, tradizionali e on line. I servizi offerti dalle biblioteche scolastiche devono garantire e facilitare tale accesso, nonché promuovere, nel pieno rispetto dell’autonomia e della libertà di scelta e di giudizio dei loro utenti, le competenze legate al reperimento, alla fruizione, alla comprensione, alla valutazione, alla validazione e alla produzione di contenuti sia testuali sia multimediali. Tali competenze sono il presupposto per una cittadinanza attiva.

 

Argomento molto importante per noi di Digitech Center che prenderemo da un punto di vista più ampio. Quando esistono cambiamenti in corso d’opera devono essere affrontati con professionalità e competenza. Questi valori devono partire con i dirigenti scolastici e amministrativi che diventano le pedine fondamentali (propositive) in questo percorso. Qui, la formazione con il coaching diventano obiettivi inossidabili. Dobbiamo ammettere che siamo in forte ritardo e per aiutare ciò è nato uno strumento chiamato RAV (rapporto di autovalutazione) per tutte le scuole. Che cos’è? È semplicemente un piano di miglioramento legato a ciascuna scuola. L’assenza del RAV nel PNSD (il Piano Nazionale Scuola Digitale è un Piano a valenza pluriennale che indirizza concretamente l’attività di tutta l’Amministrazione, con azioni già finanziate che saranno prese in carico dalle singole Direzioni del Ministero per l’attuazione.

 

Il Piano contribuisce a “catalizzare” l’impiego di più fonti di risorse a favore dell’innovazione digitale, a partire dai Fondi Strutturali Europei (PON Istruzione 2014-2020) e dai fondi della legge 107/2015 (La Buona Scuola) rischia di invogliare a pensare che si possa modernizzare senza analizzare i veri problemi da superare. I passi del MIUR sono stati importanti ma adesso serve un supporto preciso, adeguato, accompagnando le scuole in questo cammino perché è con la formazione collettiva (incontri) che l’innovazione scolastica trova una sua forma chiara. Sicuramente un’opportunità da non perdere. Ne continueremo a parlare nelle news successive.

Turing Learning, la macchina che impara dal niente

L’Intelligenza Artificiale rappresenta la prossima grande svolta per il genere umano. Le ricerche a riguardo sono infatti numerose e a quanto già sappiamo, infatti, va aggiunta una nuova tecnica chiamata Turing Learning, che prende il nome dallo scienziato Alan Turing.

Le si “mettono davanti” due o più set di dati, e le si dice “ok, ora impara”. Per quanto possa sembrare incredibile, funziona.

L’algoritmo non contiene nessuna informazione di partenza, alla macchina non sono dati obiettivi specifici, semplicemente il computer guarda i robot e cerca di notare attributi rilevanti e cerca di comprendere quale dei due gruppi sta guardando. La macchina affina le proprie informazioni tramite un sistema di domande sì/no: in altre parole osserva, formula e verifica un’ipotesi, e poi ricomincia usando le informazioni ottenute e correggendo eventuali errori.  Il risultato, in estrema sintesi, è una macchina che comprende ciò che vede in modo sempre più preciso. Il Turing Learning si potrebbe applicare a qualsiasi campo, e avrebbe sempre il potenziale per svelare nuove informazioni che a noi sfuggono.

 

Il nostro punto di vista non va in contrasto con l’articolo pubblicato e anzi da una svolta decisiva a quanto le aziende stanno investendo in tal senso. Consideriamo solo che nel 2015 le aziende tecnologiche hanno speso 8,5 miliardi di dollari sull’Ai, il quadruplo rispetto al 2010.

Google, Facebook, Amazon, Microsoft ecc., cercano in ogni modo di assicurarsi i migliori esperti del settore Ai.
Lo ritenete casuale tutto ciò?

Nel settore si cominciano a creare considerevoli profitti per le aziende e forse il rischio maggiore sarà quello di accaparrarsi proprio i migliori esperti.

Finiamola comunque di pensare in modo non costruttivo e concentriamoci su come poter migliorare la vita delle persone grazie alla tecnologia. Il futuro in fondo riguarda tutti noi.