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Autore: Giovanni Tisti

Giovanni Tisti è laureato in Psicologia e consulente esperto in Salute e Sicurezza sul Lavoro. Certificato DPO/RPD e Privacy Consultant accreditato ACCREDIA, è socio Federprivacy e vanta oltre 10.000 ore di formazione erogata.

Perdita dati in aumento

Cosa vuol dire BACKUP?

Il backup (salvataggio o copia di sicurezza di un Hard Disk) è il modo migliore per aziende e privati per tutelarsi da qualsiasi evenienza (guasti, furti, attacchi o errori umani) in merito a salvare dati e info preziose. Quando si parla di sicurezza informatica, il backup fa parte delle misure preventive elencate nel piano di recupero dati (disaster recovery). Il salvataggio può essere fatto in diverse modalità: server aziendali, hard disk esterni, cloud o qualisiasi dispositivo supporto di memorizzazione (usb solo per aziende di piccole dimensioni ma cmq non consigliabile).

La frequenza? Ogni azienda ha le proprie esigenze.

Quanto sono importanti i miei dati? Quanti sono i miei dati? Queste due domande determinano automaticamente una risposta adeguata alla domanda sopra evidenziata.

Per es. le foto di famiglia o le varie canzoni potrebbero comportare un salvataggio mensile non credete? A differenza dei database, per es. contabilità e finanza.

In caso di gestione esterna in outsourcing (esternalizzazioni di attività aziendali)?

Occorre prendere info dettagliate dall’azienda stessa (contratti, informative, garanzie evidenziate in caso di perdita dati, ecc.).

Avere un sistema automatico di salvataggio (con i giusti criteri di accesso) permette non solo di essere conformi ai vari regolamenti (GDPR) ma anche di garantire la protezione dei dati (patrimonio aziendale) verso ispezioni del garante della privacy o della GDF.

Vi ricordiamo che le richieste di data breach (perdita dati) sono aumentate vistosamente (oltre il 60% nei paesi europei) ma qualcuno li chiama ancora piccoli incidenti di percorso.

 

 

 

 

 

Il Backup, troppo spesso sottovalutato. Un argomento a noi caro che nessuno può precludere. Allora perché non integrare più informazione e formazione al fine di favorire la tutela dei nostri dati?

 

kit cartelli segnaletica COVID-19

Segnaletica COVID-19 non solo in azienda

 

La comunicazione visiva e gli obblighi del datore di lavoro (D. Lgs. n. 81/2008) sono fondamentali soprattutto in questo periodo.
Misure efficaci di salute e sicurezza dei lavoratori dovranno essere garantite in tutte le aziende grazie a un protocollo siglato tra sindacati e imprese in accordo con il Goveno.
Inoltre, sono state inserite misure rafforzative di comportamento e prassi igieniche.
Il Datore di Lavoro, in collaborazione con il Servizio di Prevenzione e Protezione e con il Medico Competente, individua misure rafforzative delle ordinarie norme di comportamento e corretta prassi igienica, sia a tutela dei lavoratori, sia degli utenti esterni quali per esempio:
–       evitare contatti stretti (come definiti nella Circolare del Ministero della Salute del 22 febbraio 2020) con soggetti che presentano sintomi respiratori senza adottare opportune precauzioni;
–       sensibilizzare al rispetto delle corrette indicazioni per l’igiene delle mani e delle secrezioni respiratorie, mettendo altresì a disposizione idonei mezzi detergenti per le mani;
–       disporre una adeguata pulizia dei locali e delle postazioni di lavoro più facilmente toccate da lavoratori e utenti esterni.

Digitech Center ha quindi riservato questo speciale spazio a quei strumenti utili alla sicurezza e prevenzione contro il Coronavirus. Gli adesivi da noi creati sono studiati per comunicare con chiarezza i rischi ed i metodi di prevenzione per combattere il Coronavirus negli ambienti lavorativi,  uffici, magazzini, nelle aree comuni, negli esercizi commerciali ecc.

Sono stati pensati in due formati (A4 e A3) a seconda delle aree di lavoro ma possiamo farli anche a misure desdiderate da ognuno di voi. Plastificazione opaca, bifacciale a colori per durare nel tempo compreso di biadesivo. Stiamo avendo molte richieste per cui affrettatevi e scrivete a info@digitechcenter.it per chiedere disponibilità e costi.”

 

VIDEO MEETING A RISCHIO (videoconferenze)

Ottimo articolo di Nicola Bernardi Presidente di Federprivacy.

In questo periodo di emergenza da Covid-19, Zoom è diventata in pochissimo tempo una delle app per videochiamate più usate al mondo, ed è utilizzata anche da molti insegnanti per tenere videolezioni in diretta, e da enti ed aziende per fare riunioni di lavoro o d’altro genere. Parallelamente alla sua grande diffusione, è emerso però il cosiddetto fenomeno dello “Zoom-bombing”, ovvero la pratica di certi disturbatori che interrompono videolezioni e riunioni con messaggi volgari o anche video pornografici, razzisti e offensivi.

Per consentire l’accesso ad una videochiamata su Zoom l’organizzatore deve fornire ai partecipanti un link, e se questo è conosciuto da pochi colleghi o amici e diffuso per mail o messaggio privato non ci sono generalmente rischi, tuttavia se il link viene invece diffuso su un social network o su altri siti web possono allora arrivare gli intrusi.

Trai numerosi casi, il New York Times ha riferito di una videoconferenza di musulmani in cui un intruso ha improvvisamente cominciato a scrivere un insulto razzista su una delle slide condivise tra i partecipanti, dopodiché l’infiltrato ha condiviso il suo schermo mostrando un video pornografico e ripetendo l’insulto razzista ad alta voce.

Questo tipo di preoccupanti aggressioni vengono addirittura fomentate su alcuni social network e app di messaggistica dove i malintenzionati diffondono i codici di accesso di incontri e lezioni su Zoom che sono stati resi pubblici dagli stessi organizzatori senza immaginarne le possibili conseguenze negative.

In alcuni casi gli autori di tali bravate sono adolescenti costretti a stare in casa che danno sfogo alla noia per ribellarsi a modo loro all’isolamento forzato, ma in molte altre situazioni gli Zoombombing sono veri e propri gruppi organizzati di adulti estremisti o hater che pianificano gli attacchi per seminare lo scompiglio in riunioni politiche, filosofiche o religiose di cui non condividono gli ideali.

Per contrastare questi spiacevoli inconvenienti, è consigliabile quindi tutelare la privacy e adottare adeguate misure di sicurezza sulle videoconferenze che si devono organizzare su Zoom, impostando una password da comunicare solo alla ristretta cerchia di persone che vi devono partecipare con una specifica raccomandazione a non divulgarla, oppure attivare la funzione di sala d’attesa virtuale, che permette a un moderatore di vagliare gli utenti prima di ammetterli alla videoconferenza.

Fonte: Federprivacy

«E ovviamente quella di condividere su social network e siti pubblici i link di accesso a videoconferenze e webinar per invitare le persone a parteciparvi liberamente è una pratica da evitare se non si vuole rischiare di trovarsi a sgradite sorprese“.

 

Assistenti digitali (smart assistant)

I consigli del Garante per un uso a prova di privacy

L’assistente digitale (o smart assistant) è un programma che interpreta il linguaggio naturale tramite algoritmi di intelligenza artificiale ed è in grado di dialogare con gli esseri umani al fine di soddisfare diversi tipi di richieste (ad esempio: rispondere direttamente a  richieste di informazioni, fare ricerche su Internet, ricercare e indicare percorsi stradali, ecc.) o compiere determinate azioni (ad esempio: fare un acquisto online, regolare la temperatura o l’illuminazione di un’abitazione, chiudere o aprire serrature di case o automobili intelligenti, attivare elettrodomestici come la lavatrice, ecc.).

Questa tecnologia è ormai molto diffusa e viene installata su vari dispositivi (la troviamo nei nostri smartphone, nelle auto, nelle case sotto forma di “altoparlanti intelligenti”).

Gli assistenti digitali possono raccogliere e memorizzare una grande quantità di dati personali – non solo relativi all’utilizzatore diretto, ma a chiunque si trovi nello stesso ambiente – riguardanti, ad esempio:

• scelte, preferenze e abitudini relative a stili di vita, consumi, interessi, ecc.;

• caratteristiche biometriche, come ad esempio quelle della voce e del volto, se dotati di videocamera;

• geolocalizzazione (posizione, percorsi abituali o frequenti, domicilio, indirizzo del posto di lavoro, ecc);

• numero e caratteristiche (età, sesso, ecc.) delle persone che si trovano nell’ambiente in cui operano;

• stati emotivi.

E’ quindi opportuno  cercare di fare un uso informato e consapevole di questi strumenti, per tutelare in modo adeguato i nostri dati personali e quelli di tutte le persone che entrano, volontariamente o meno, nel campo di azione degli assistenti digitali.

Informati sempre su come vengono trattati i tuoi dati

Se per attivare l’assistente digitale o le eventuali app di gestione è necessario registrarsi fornendo dati personali, è bene leggere con attenzione l’informativa sul trattamento dei dati personali, che deve sempre essere disponibile, ad esempio sul sito dell’azienda che offre il servizio o nella confezione del dispositivo in cui è installato lo smart assistant (smartphone, altoparlante intelligente,ecc.).

In particolare, è importante cercare di comprendere

• quali e quante informazioni saranno acquisite direttamente dall’assistente digitale (ad esempio, tramite microfono e/o videocamera);

• come potrebbero essere utilizzati o trasferiti a terzi i dati raccolti (solo per far funzionare lo strumento o anche per altre finalità);

• chi e come potrebbe ricevere i dati raccolti e se sono possibili, per qualsiasi ragione, accessi “in diretta” al microfono e alla videocamera dello smart assistant da parte di addetti della società che lo ha prodotto o della società che gestisce i servizi offerti dallo smart assistant;

• dove sono conservati questi dati e per quanto tempo.

Non dire troppe cose allo smart assistant 

Nel momento in cui si attiva per la prima volta lo smart assistant è meglio fornire solo le informazioni specificamente necessarie per la registrazione e attivazione dei servizi ed eventualmente utilizzare pseudonimi per gli account, soprattutto se riferiti a minori. In generale, si potrebbe decidere di evitare che questi ultimi possano utilizzare o smart assistant, impostando password o impronte vocali che limitano l’accesso al servizio solo a specifici utenti adulti.

Meglio evitare di utilizzare l’assistente digitale per memorizzare informazioni delicate come quelle relative alla propria salute, le password, i numeri delle carte di credito, ecc..

Occorre valutare anche rischi e benefici dell’eventuale accesso da parte dello smart assistant ai dati conservati sul dispositivo in cui è installato, come ad esempio l’archivio fotografico, la rubrica, il calendario dello smartphone, ecc.

Disattiva l’assistente digitale quando non lo usi 

Quando è acceso ma non viene utilizzato, l’assistente digitale è  in uno stato detto di passive listening, una sorta di “dormiveglia” da cui esce non appena sente la parola di attivazione che abbiamo scelto.

Ecco allora alcune precauzioni:

• (se è consentito) scegliere con cura la parola di attivazione, evitare parole di uso frequente (nomi di persona o di oggetti di uso quotidiano) che possono causare, qualora captate, attivazioni involontarie dello smart assistant;

• ricordare che durante il passive listening l’assistente digitale è potenzialmente in grado di “sentire” (tramite il microfono del dispositivo su cui è installato) ed eventualmente anche di “vedere” (tramite la videocamera del dispositivo su cui è installato) tutto quello che diciamo e facciamo. Questi dati possono anche essere memorizzati e inviati a terzi, o comunque possono essere conservati non sul dispositivo, ma su server esterni.

Per evitare ogni possibile acquisizione e trasmissione non desiderata di dati, quando non si usa l’assistente digitale (ad esempio la notte, quando non si è in casa, ecc.), si può:

• (se è consentito) decidere di disattivare il microfono o la videocamera o entrambi gli strumenti, a seconda dei casi, attraverso appositi tasti presenti sul dispositivo che ospita l’assistente digitale (ad esempio: smartphone, altoparlante intelligente, ecc.) o utilizzando le impostazioni sulle app di gestione; oppure:

• disattivare del tutto l’assistente digitale tramite le impostazioni del dispositivo su cui è installato, oppure spegnere direttamente il dispositivo che lo ospita. E’ una scelta forse un po’ scomoda, perché comporta il dover riattivare il dispositivo quando necessario; ma può servire a garantire una maggiore protezione della propria riservatezza.

Decidi quali funzioni dell’assistente digitale mantenere attive 

Se l’assistente digitale è in grado di svolgere particolari azioni, come inviare messaggi ad altre persone (tramite sms o sistemi di messaggistica), pubblicare contenuti sui social o effettuare acquisti online, si può decidere di:

• disattivare tali funzioni;

• inserire, laddove possibile, una password per autorizzare l’uso solo su specifica richiesta dell’utente.

Gli assistenti digitali, come tutti i dispositivi e servizi che sono parte dell’Internet delle cose (IoT), non si limitano ad essere in connessione con la rete, ma sono anche in grado di “dialogare” con altri dispositivi IoT. Questa capacità amplifica la possibilità di raccolta, incrocio dei dati e diffusione di informazioni personali.

Ad esempio, gli assistenti digitali con funzioni domotiche possono essere connessi con oggetti e servizi presenti nelle nostre case, dagli elettrodomestici alle smart TV, dalle luci ai sistemi di sicurezza e videosorveglianza.

Si tratta di funzioni che semplificano la vita, perché in questo modo molti oggetti diventano controllabili a distanza con il solo utilizzo della voce. Tuttavia è sempre bene:

• informarsi con attenzione su come e da chi vengono raccolti, elaborati, conservati ed eventualmente a chi vengono resi accessibili i dati personali;

• considerare il possibile impatto sulla privacy domestica.

Occorre inoltre valutare se disattivare alcune funzioni di controllo domotico e inserire apposite password per controllare l’attivazione o disattivazione dei sistemi, in modo da poter utilizzare lo smart assistant con maggiore sicurezza. Si pensi, ad esempio, al rischio eventuale che la voce dell’utente venga in qualche modo captata e clonata da malintenzionati e utilizzata per controllare elettrodomestici o ingressi o sistemi di protezione della casa, oppure per “spiare” l’interno dell’abitazione utilizzando microfoni e videocamere.

Cancella periodicamente la cronologia delle informazioni registrate

Per limitare il trattamento dei dati personali raccolti dall’assistente digitale, si può periodicamente cancellare la cronologia delle informazioni in esso registrate, o quantomeno eliminare dalla cronologia alcune tipologie di dati (ad esempio, quelli ritenuti più delicati).

Questa operazione si può effettuare di solito utilizzando il sito web o l’app dedicati alla gestione dello smart assistant, oppure utilizzando le funzioni di impostazione del dispositivo su cui è installato (smartphone, smart speaker, automobili intelligenti intelligenti, ecc.).

Sicurezza e privacy 

Come per tutti i servizi digitali, una buona regola di base è impostare password di accesso complesse, sia per l’uso dello smart assistant che per la sua connessione a Internet.

Sono precauzioni importanti:

• verificare che la crittografia della rete Wi-Fi sia impostata preferibilmente sul protocollo di sicurezza WPA 2;

• cambiare periodicamente la password;

• verificare se sul dispositivo in cui è installato lo smart assistant siano presenti sistemi di protezione anti-virus e tenerli costantemente aggiornati.

Se il sistema operativo dell’assistente digitale o della app di gestione prevedono delle impostazioni privacy, è opportuno controllarle e regolarle sui livelli di protezione desiderati.

Se dai via lo smart assistant, non dare via i tuoi dati

Nel caso in cui il dispositivo (smartphone, smart speaker, automobili intelligenti, ecc.) su cui è installato lo smart assistant venga eventualmente venduto, regalato o dismesso, è bene disattivare gli eventuali account personali creati – ad esempio per attivarlo e connetterlo online – e provvedere alla cancellazione di tutti i dati eventualmente registrati al suo interno o sulla app di gestione.

Se i dati raccolti sono stati trasmessi e conservati nei database dell’azienda produttrice o di altri soggetti è opportuno chiederne la cancellazione.

A prova di privacy

Il Codice privacy (in particolare l’art. 3) e il Regolamento (UE/2016/679) in materia di protezione dei dati personali prevedono che i sistemi elettronici siano prodotti e configurati per ridurre al minimo la raccolta e il trattamento di dati personali (privacy by design e privacy by default). Occorre inoltre siano rispettati alcuni principi fondamentali, come quello di trasparenza riguardo al trattamento dei dati, e i diritti delle persone fisiche.

Tali regole e principi debbono essere rispettati anche dai produttori di assistenti digitali.

Fonte: Garante Privacy

«Nei casi in cui ci siano dubbi sull’effettivo rispetto delle norme o sul corretto uso dei propri dati personali, ci si può rivolgere al Garante per la protezione dei dati personali, scrivendo a urp@gpdp.it“.

 

Lavorare da casa: 4 consigli per rimanere produttivi

Creare uno spazio dedicato può aiutare la tua mente a capire quando deve mettersi al lavoro.

La diffusione del COVID-19 ha costretto molti di noi a lavorare da casa. Per molte persone il lavoro da remoto è una nuova realtà a cui bisogna abituarsi, per questo in queste settimane condivideremo alcuni suggerimenti per aiutarti a vivere al meglio questa situazione.

Essere in smart working vuol dire che la gestione del tempo dipenderà da te e che dovrai restare motivato per essere produttivo come quando sei in ufficio. Ecco quattro consigli per continuare a essere responsabile, collaborativo e produttivo mentre lavori da casa.

Quando lavori in un ufficio, la routine quotidiana del prepararsi e recarsi fisicamente in un altro posto aiuta il tuo cervello a essere pronto per affrontare la giornata. Il modo migliore per entrare nel giusto mindset quando lavori da remoto è creare delle piccole routine mattutine come: fare esercizio fisico, leggere le notizie o preparare il caffè. Stabilire uno spazio di lavoro designato, che si tratti di una stanza separata, una scrivania ben organizzata o solo una parte pulita del tavolo della cucina, può aiutarti a dire al tuo cervello che sei nel posto in cui lavori in maniera produttiva e senza distrazioni.

A proposito di distrazioni: sono una delle maggiori sfide per chi lavora da remoto. Evita di svolgere attività non lavorative durante l’orario di lavoro, come fare il bucato tra una presentazione e l’altra.

Resta organizzato

Un semplice elenco di cose da fare può fare la differenza per rimanere organizzato, motivato e produttivo mentre si lavora da casa. Mentre crei la tua lista, pensa sia a grandi obiettivi a lungo termine, come la chiusura di un progetto, sia a piccoli obiettivi, come completare mini-task che portano al grande obiettivo. Controllare l’andamento di questi obiettivi più piccoli ti consente di monitorare i tuoi progressi e trarne soddisfazione. Inoltre, il lavoro sembra molto più fattibile quando non devi affrontare un solo compito gigantesco.

Scrivi su un foglio o sul computer il tuo elenco invece di averlo solamente in testa, così non dovrai pensare costantemente a ciò che devi fare, e il piacere di smarcare le attività dall’elenco può aiutarti a rimanere motivato.

Fai un piano per qualsiasi cosa

Lavorare da casa richiede non solo una precisa organizzazione del lavoro d’ufficio, ma anche programmare le attività non lavorative.

Quando crei il tuo piano, prendi in considerazione gli altri impegni della tua vita e trova una routine che ti consenta di occuparti anche di quelli. Ad esempio, se hai un bambino, aggiungi alla lista le attività che lo riguardano.

Dopo aver impostato il tuo programma, rendilo visibile ai tuoi colleghi con un calendario condiviso. In questo modo sapranno quando sei libero e quando hai bloccato il lavoro per impegni personali. È anche una buona idea assicurarsi che amici e parenti comprendano il tuo programma e lo rispettino. Stabilisci limiti e aspettative facendo loro sapere che lavorare in remoto non significa che sei sempre libero.

Favorisci la collaborazione

Lavorare da casa potrebbe sembrare un’esperienza solitaria, in realtà prevede molte interazioni con i tuoi colleghi per l’assegnazione dei task, prendere decisioni o discutere di un progetto. Quindi è importante definire metodi per collaborare anche da remoto.

Parlare faccia a faccia può aiutare la collaborazione, quindi usa le videoconferenze.

L’email può essere un canale efficace per prendere decisioni ufficiali o condividere informazioni, ma le caselle di posta possono intasarsi rapidamente. Se devi fare una domanda veloce o inviare un aggiornamento rapido al tuo team, le app di chat come Google Hangouts o Slack sono una buona alternativa all’email.

Il brainstorming o le discussioni di solito richiedono un incontro ufficiale. Parlare faccia a faccia può aiutare la collaborazione, quindi prendi in considerazione le videoconferenze per questi momenti. La videoconferenza è anche un ottimo modo per rimanere connesso con il tuo team. Questo può aiutarti a stare al passo con quello che fanno gli altri, e anche aiutare tutti a mantenere un rapporto che altrimenti potrebbe essere trascurato.

Fonte: Kim Mok, Gabriel Manga/Marzo 2020

«Creare uno spazio dedicato può aiutare la tua mente a capire quando deve mettersi al lavoro”.

 

Usciremo migliori da questa crisi?

Futuro con obbligo delle mascherine

I nuovi studi sulla trasmissione del virus non solo con le goccioline di saliva ma anche attraverso l’aerosol e le ricerche di altri istituti stanno spingendo l’Oms a rivedere le sue indicazioni.

 

“l’OMS rivedrà le sue indicazioni?”

 

Da una parte c’è l’evidenza ormai chiara che anche chi non ha sintomi o ha disturbi minimi può comunque trasmettere il virus. Dall’altra studi di laboratorio che dimostrano che il virus non passa solamente con le goccioline di saliva, ma anche attraverso aerosol. E non si tratta solamente di una mera speculazione di fisica, visto che nell’aerosol la permanenza del Sars2-COv-19 può essere anche di tre ore, seppur in quantità ridotte, come mostra uno studio pubblicato sul New England Journal of Medicine.Come se non bastasse gli scienziati del MIT di Boston coordinati da Lydia Bourouiba hanno segnalato su Jama la capacità del ceppo virale responsabile della pandemia che stiamo affrontando di arrivare anche a diversi metri, ovviamente sulla spinta della potente espirazione che accompagna uno starnuto.

Se mescoliamo questi due fattori e aggiungiamo un pizzico di scelte politiche e ragionamenti etico-sociali, ecco pronto il cocktail che sta avvicinando una “giravolta” scientifica e istituzionale inattesa: se ad inizio marzo c’era stato un secco “niet” dell’Organizzazione Mondiale della sanità all’impiego di mascherine protettive nei luoghi pubblici, in particolare nei supermercati, ora pare proprio che l’OMS riconsideri la sua posizione. Lo ha ribadito alla BBC il direttore responsabile dell’Oms, David Heymann, con una formula che esprime, molto diplomaticamente, la retromarcia: “stiamo studiando le ultime evidenze scientifiche”. Così, pur ribadendo che la distanza di almeno un metro e l’igiene personale con ripetuti lavaggi delle mani rappresentano le misure principali per ridurre il rischio di contagio, l’OMS potrebbe arrivare a consigliare se non addirittura a rendere obbligatorio l’impiego dei dispositivi sui posti lavoro e negli ambienti pubblici, quando solo un mese fa negava la necessità di approccio di questo tipo. D’altro canto, le sollecitazioni in questo senso vengono anche da molti Paesi, in primis gli USA, dove la Covid-19 sta letteralmente esplodendo, con il recente raggiungimento del triste record dei casi di morte in un solo giorno e il superamento di quota mille nei decessi nelle 24 ore. Se fino ad ora i Centri per il Controllo delle Malattie (CDC) di Atlanta hanno sostanzialmente concentrato l’utilità di questi dispositivi tra gli operatori sanitari e chi ha compiti di pubblica utilità oltre che ovviamente in chi presenta sintomi dell’infezione (in questo caso allo scopo di proteggere gli altri) ora si attende una rivisitazione scientifica della tematica da parte di questa struttura, seguendo anche quello che sta già avvenendo sul fronte politico.

Dopo giorni di discussioni, stando ad indiscrezioni apparse su Washington Post, pare proprio che il presidente Trump punti a dare il via libera al consiglio per tutti gli americani di indossare una mascherina chirurgica o comunque una protezione per proteggere naso e bocca in pubblico. Sulla stessa linea anche il “Major” di New York De Blasio, che, senza entrare nello specifico obbligo di indossare le classiche mascherine, segnala a tutti gli abitanti della Grande Mela, epicentro americano della Covid-19, di proteggere bocca e naso almeno con indumenti, sciarpe o simili.

Così, il mondo si prepara a muoversi “bardato” di protezioni per naso e bocca (rimane sicuramente il problema degli occhi in chiave di possibile contagio, visto che il virus può “accedere” all’organismo anche attraverso la congiuntiva oculare).

In Austria, ad esempio, non si può entrare nei supermarket senza la mascherina, mentre nella Repubblica Ceca ed in Slovacchia non è ammesso girare in pubblico senza questo dispositivo. E non parliamo di quanto avviene in Asia: tutte le immagini che giungono da Cina, Corea e Giappone mostrano infatti tutte le persone che circolano con il viso protetto da mascherina.

In quei Paesi, tuttavia, oltre agli aspetti sanitari esiste anche una forte componente alla simbologia stessa dello strumento protettivo. La mascherina è infatti un sorta di simbolo che segnala l’appartenenza alla comunità e la coscienza civica del singolo, oltre a ricordare che la pandemia va presa sul serio e a ridurre lo stigma nei confronti di chi presenta sintomi o comunque ha problemi di salute.

Se il mondo politico e sociale si sta “convertendo” alle mascherine, sul fronte scientifico i dubbi sulla loro effettiva utilità rimangono. Per il virus Sars2-Cov-19, in ogni caso, a spingere sulla necessità di protezione anche in chiave di protezione degli altri da un possibile contagio del tutto involontario sono proprio i dati relativi alla potenziale trasmissione del virus da parte di chi non presenta sintomi (magari solo perché è in fase iniziale dell’infezione ) o ha solo lievi disturbi. Per queste persone, l’impiego di mascherine quando si trovano in un ambiente pubblico è ovviamente obbligatorio.

Ma a questo punto, vista la difficoltà di discriminare queste situazioni, non avrebbe senso proteggerci tutti stile Giappone? Appare su questa linea l’immunologo Roberto Burioni che rispondendo ad un quesito su Twitter ha affermato: «Purtroppo a questo punto ognuno di noi potrebbe essere infettivo pur senza sintomi. Per questo sarebbe opportuno che tutti portassero una mascherina».

Ovviamente, in questo senso, occorre anche che ci sia la disponibilità praticamente infinita di poter disporre delle classiche mascherine chirurgiche. Perché non solo bisogna imparare ad usarle al meglio, facendo in modo che le mani non entrino in contatto con la parte esterna quando le mettiamo e le togliamo e curando che naso e bocca siano ben protetti, anche lateralmente, pur se non perfettamente sigillati, ma occorre anche cambiarle di frequente. Altrimenti il loro effetto protettivo nei confronti degli altri potrebbe scemare rapidamente.

Così, non tanto ora vista anche il carente approvvigionamento di dispositivi ma in futuro, nella cosiddetta fase due e con la fine del lockdown, sarà molto più facile che girando per Roma o Milano ci si possa ritrovare in ambienti che ricordano Pechino o Tokyo, con le persone che girano riparate dietro il verde delle mascherine.

«Se tutti le metteremo – spiega Paolo Bonanni, Direttore dell’Istituto di Igiene dell’Università di Firenze – ovviamente le possibilità di trasmissione del virus saranno ridotte. Ma non bisogna mai dimenticare che, per la loro stessa struttura, le classiche mascherine chirurgiche nascono per evitare che una persona potenzialmente infettante possa trasmettere il virus, e non per proteggere. In questo senso, grazie alla mascherina, si può evitare che il virus possa finire su oggetti che poi vengono toccati con le mani da altre persone che quindi potrebbero entrare in contatto con il virus, come può avvenire ad esempio con il carrello di un supermercato. Come detto, però, in chiave protettiva per il singolo sano non si tratta di dispositivi particolarmente efficaci. Il loro impiego diffuso va visto sicuramente come dinamica di carattere sociale, perché comunque consente di ridurre, se tutti indossano la mascherina, il possibile contagio da soggetti che non sanno di poter trasmettere il virus».

L’importante, in ogni caso, è che le mascherine per la popolazione generale rispondano a caratteristiche ben precise di porosità del tessuto. Molte delle mascherine di carta non hanno queste caratteristiche e soprattutto possono creare, per certi versi, condizioni che possono addirittura favorire il passaggio di un virus.

Ad esempio quando si mantengono troppo a lungo sulla bocca e sul naso: se non si tratta di protezione di qualità certificata ma di semplici tessuti di carta questi possono imbibirsi ed inumidirsi, arrivando al punto di “facilitare” l’eventuale superamento della barriera da parte di un determinato ceppo virale perché una barriera fisica secca preserva meglio di una umida” – fa sapere Bonanni. «Pensare di metterle per più di tre-quattro ore senza poi sostituirle, quindi, diventa inutile».

In ogni caso, per ridurre il rischio di diventare inconsciamente “vettori” dell’infezione da Sars2-CoV-19, proteggersi all’esterno è importante. E se non abbiamo ancora le mascherine “ufficiali”, sulla scorta di quanto indica Di Blasio ai newyorchesi anche un altro tessuto è meglio di niente.

A farlo pensare è una ricerca, pubblicata nel 2013 su Disaster Medicine and Public Health Preparedness, che ha esaminato la capacità protettiva di protezioni “fai da te” con tessuti di uso comune nei confronti del virus dell’influenza pandemica. Stando ai risultati dello studio, coordinato da Anne Davies, una mascherina chirurgia riesce a filtrare l’89 per cento delle particelle virali, contro il 72 per cento che si può ottenere con uno strofinaccio e il 50 per cento circa che si realizza con la classica T-shirt.

In generale, quindi, per le protezioni fai da te quanto più un tessuto è “spesso” tanto maggiore può essere la sua cap«acità di bloccare i virus in uscita da bocca e naso. «Del tutto diverso è ovviamente il discorso se si parla di mascherine destinate al personale sanitario e agli operatori che ne hanno necessità, come le cosiddette FFp2 e FFFP3 – conclude Bonanni- In questo caso il concetto di protezione è rovesciato: questi dispositivi sono utilissimi per preservare chi li porta, perché proteggono il singolo: ma le valvole in uscita possono non risultare completamente “bloccanti” per le emissioni di aria. Ovviamente, però, in questo caso l’obiettivo è diverso rispetto a quello che si vuole ottenere con le classiche mascherine di carta».

Fonte: ilsole24ore

 

“È la domanda da un milione di dollari (forse di più). Sicuramente non sarà più la stessa cosa, in questo periodo abbiamo più tempo per ragionare e dobbiamo trarne il giusto insegnamento. Ci troveremo di fronte ad un cambiamento epocale soprattutto nell’informazione digitale ridisegnando il tempo e lo spazio del lavoro con il lavoro agile. Ci potrà essere un aumento della produttività individuale che grazie ai nuovi processi potranno avere più tempo libero da dedicare ad una passione oppure un hobby (family compresa); diffusione del lavoro di squadra, grazie ai nuovi mezzi di comunicazione e collaborazione tra colleghi, in grado di rafforzare le relazioni; maggiore velocità decisionale del management che ha l’opportunità di analizzare in tempo reale informazioni fondamentali; miglior qualità del supporto IT, in grado di rispondere alle richieste degli utenti finali in velocità e la promozione della cultura aziendale e del senso di appartenenza all’azienda, vista la possibilità di mettere a disposizione strumenti in grado di ridurre la distanza geografica tra i lavoratori dislocati in aree diverse. Come ogni trasformazione digitale l’unica certezza è che il cambiamento, una volta iniziato, sarà continuo. Il cambio culturale e organizzativo non potranno fermarsi e diventeranno il motore di innovazione e miglioramento della produttività dell’azienda, di tutta la filiera produttiva, della catena del valore e delle persone che restano al centro di ogni decisione”.

 

 

Diciottesima giornata nazionale per il software libero

Linux Day 2018 – Ivrea

 

“27 ottobre 2018: diciottesima giornata nazionale per il software libero”

  1. Sabato 27 ottobre torna la principale manifestazione italiana dedicata a Linux, al software libero, alla cultura aperta ed alla condivisione: decine di eventi in tutta Italia, centinaia di volontari coinvolti e migliaia di visitatori per celebrare insieme la libertà digitale!

 

“Saremo presenti con il nostro SEO Giovanni Tisti che affronterà il delicato argomento della Privacy con il Regolamento UE n. 679/2016. Titolo dell’intervento – Privacy tra dubbi e nuove sfide“. Dal 2001 il Linux Day è una iniziativa distribuita per conoscere ed approfondire Linux ed il software libero. Si compone di numerosi eventi locali, organizzati autonomamente da gruppi di appassionati nelle rispettive città, tutti nello stesso giorno. In tale contesto puoi trovare talks, workshops, spazi per l’assistenza tecnica, Gadgets, dibattiti e dimostrazioni pratiche. L’accesso al Linux Day è libero e gratuito!”

 

 

VACANZE E-PRIVACY

Vacanze? Selfie, foto, smartphone, tablet, e-commerce, app, chat e social network.

 

“Il Garante ci fornisce qualche informazione utile”

  1. Sotto il sole estivo, non esporsi troppo con selfie e foto: protezione alta soprattutto per i minori.Non tutti vogliono apparire on line, essere riconosciuti o far sapere dove e con chi si trovano durante le ferie estive. Se si postano foto o videoin cui compaiono altre persone, è sempre meglio prima accertarsi che queste siano d’accordo, specie se si inseriscono anche dei tag con nomi e cognomi. È abitudine diffusa condividere foto e video dei propri figli. E’ bene essere sempre consapevoli che le immagini dei minori pubblicate on line possono finire anche nelle mani di malintenzionati: meglio quindi evitare di “postarle”, oppure almeno utilizzare alcune accortezze, come rendere irriconoscibile il viso del minore (ad esempio, utilizzando programmi di grafica per “pixellare” i volti, semplici da usare e disponibili anche gratuitamente online, o posizionando semplicemente sopra una “faccina” emoticon), oppure limitare le impostazioni di visibilità delle immagini solo alle persone fidate.
  1. Geolocalizzati anche in ferie?Per gli amanti della riservatezza che non vogliono far sapere dove sono durante le vacanze estive, il suggerimento è disattivare le opzioni di geo-localizzazione di smartphone e tablet(se non indispensabili per specifici servizi), oltre a quelle dei social network utilizzati.
  1. I “social-ladri” non vanno in vacanza.Postando sui social network informazioni sulle vacanze si potrebbe far sapere ad eventuali malintenzionati che la propria casa è vuota. Il pericolo aumenta se poi si scrive anche quando si parte e per quanto tempo si resterà in ferie. Il suggerimento è innanzitutto quello di evitare di diffondere on line informazioni molto personali, come ad esempio l’indirizzo di casa o le foto del proprio appartamento.
  1. Non “abbandonare” la tua casa.Se sono presenti in casa prodotti e sistemi domotici, è importante ricordare che questi utili dispositivi – al pari di tutte le tecnologie connesse online – possono essere esposti ad attacchi informatici, virus e malware. Laddove possibile, è quindi bene assicurarsi che siano protetti, ad esempio impostando password sicure e aggiornando costantemente il software per garantire una maggiore protezione. Prima di partire si può decidere di spegnere o disconnettere i dispositivi smart che non è strettamente necessario restino attivi. Per quelli che restano operativi, si possono eventualmente impostare sistemi di alert per controllare anche a distanza il loro funzionamento e magari monitorare anche lo stato della casa.
  1. Metti anche la privacy in valigia.Anche in vacanza, è bene controllare le impostazioni privacy dei social network utilizzati, limitando magari la visibilità e la condivisione dei post ai soli amici. Altra buona regola è fare attenzione a non accettare sconosciuti nella cerchia di amicizie on line. In generale, se disponibili, è bene attivare particolari misure di sicurezza come, ad esempio, il controllo degli accessi al proprio profilo social o un codice di sicurezza da ricevere via sms o e-mail nel caso si acceda ai social network da dispositivi diversi da quelli abituali. In questo modo è possibile accorgersi in tempo di eventuali accessi abusivi alle proprie pagine social personali e di furti di identità. Durante un viaggio può capitare di utilizzare il PC di un Internet cafè o una postazione web messa a disposizione dall’albergo per controllare l’e-mail personale o i propri profili social. È importante in questi casi ricordare – una volta terminata la consultazione – di “uscire” dagli account, rimuovendo così ogni impostazione che consenta di salvare le proprie credenziali nei browser di navigazione.
  1. Attenzione ai “pacchi”.E´ bene fare attenzione a eventuali messaggi che contengono offerte straordinarie riguardo viaggi e affitti di case per le vacanze da ottenere, ad esempio, cliccando su link che richiedono dati personali o bancari. Virus informatici, software spia, ransomware phishing possono essere in agguato. In generale, se si utilizzano servizi online per prenotare hotel, viaggi aerei, automobili a noleggio, ecc., è più prudente usare carte di credito prepagate o altri sistemi di pagamento che permettono di evitare la condivisione di dati del conto bancario o della carta di credito. E’ inoltre utile impostare sistemi di alert che avvisano in tempo reale delle transazioni che avvengono sul conto o sulla carta di credito, per accorgersi di eventuali addebiti non autorizzati e, nel caso, rivolgersi subito alla propria banca o al gestore delle carte. Altra accortezza importante è controllare che l’indirizzo Internet dei siti su cui si fanno pagamenti on line non appaia anomalo (ad esempio, verificare se non corrisponde al nome dell’azienda che dovrebbe gestirlo) e se vengono rispettate le procedure di sicurezza standard per i pagamenti on line (ad esempio, la URL – cioè l’indirizzo – del sito deve iniziare con “https” e avere il simbolo di un lucchetto).
  1. App-prova di estate.In vacanza molti utenti di smartphone e tablet scaricano film, app per giochi, suggerimenti turistici, ecc. Questi prodotti possono anche nascondere virus o malware (cioè, software pericolosi). Per proteggersi, buone regole sono: scaricare le app dai market ufficiali; leggere con attenzione le descrizioni delle app (se, ad esempio, nei testi sono presenti errori e imprecisioni, c’è da sospettare); consultare eventuali recensioni degli altri utenti per verificare se sono segnalati problemi di sicurezza dei dati nell’uso di una determinata app, di una piattaforma per il download di film, di un sito, ecc.; evitare che i minori possano scaricare film, app o altri prodotti informatici da soli, magari impostando limitazioni d’uso sul loro smartphone o creando profili con impostazioni d’uso limitate se usano quello dei genitori.
  1. Per chi non può proprio vivere senza Wi-Fi. Se si usano le connessioni offerte da bar, ristoranti, stabilimenti balneari e hotel e non si è certi degli standard di sicurezza impostati per proteggere il Wi-Fi da virus e rischi di intrusione, meglio adottare alcune accortezze, come evitare di accedere a servizi online che richiedono credenziali di accesso (ad esempio, alla propria webmail, ai social network, ecc.), fare acquisti on line con la carta di credito oppure utilizzare il conto bancario on line.
  1. Scegliere una protezione alta per non rimanere “scottati”. Aggiornamenti software costanti e programmi antivirus, magari dotati anche di anti-spyware e anti-spam, possono essere buone precauzioni per evitare furti di dati o violazioni della privacy. È bene mantenere aggiornati anche i sistemi operativi di tutti i dispositivi utilizzati per garantirsi una maggiore protezione.
  1. Smartphone e tablet pronti a “partire”. Durante le vacanze, può purtroppo accadere che smartphone e tablet siano smarriti o vengano rubati: è quindi bene seguire alcune accortezze. In generale, è opportuno non conservare dati troppo personali sui device (ad esempio, password o codici bancari) e prendere altre piccole precauzioni, come quella di evitare che i browser e le app memorizzino le credenziali di accesso a siti e servizi (ad esempio, posta elettronica, social network, e-banking). Per proteggere i dati contenuti nei dispositivi, conviene impostare un codice di accesso sicuro e conservare con cura il codice IMEI, che si trova sulla scatola al momento dell’acquisto e che serve a bloccare il dispositivo a distanza. Prima di partire potrebbe inoltre essere utile fare un backup di tutte le informazioni (numeri di telefoni, foto, ecc.).
  1. Per navigare tranquilli nel mare dei messaggi.Nel periodo estivo si utilizzano molto sms, chat e sistemi di messaggistica. Alcuni messaggi potrebbero però contenere virus, malware o esporre al rischio di spam. È quindi sempre bene fare molta attenzione prima di scaricare programmi, aprire eventuali allegati o cliccare su link che possono essere contenuti nel testo o nelle immagini presenti all’interno dei messaggi ricevuti. Si possono poi adottare semplici precauzioni: ad esempio, non rispondere a messaggi provenienti da sconosciuti. Se si usa un pc, si può passare il mouse su un link senza ciccarlo e verificare – in basso a sinistra nel browser – la URL reale al quale si è indirizzati.
  1. Per chi porta il drone in vacanza.Se si fa volare a fini ricreativi un drone munito di fotocamera su una spiaggia o in un altro abituale luogo di vacanza, è meglio evitare di invadere gli spazi personali e l’intimità delle persone. La diffusione di riprese realizzate con il drone (sul web, sui social media, in chat) può avvenire solo con il consenso dei soggetti ripresi, fatti salvi particolari usi connessi alla libera manifestazione del pensiero, come quelli a fini giornalistici. Negli altri casi, quando è eccessivamente difficile raccogliere il consenso degli interessati, è possibile diffondere le immagini SOLO se i soggetti ripresi non sono riconoscibili, o perché ripresi da lontano, o perché si sono utilizzati appositi software per oscurare i loro volti. Occorre poi evitare di riprendere e diffondere immagini che contengono dati personali come targhe di macchine, ecc. Le riprese che violano gli spazi privati altrui (es: la casa delle vacanze, la camera d’albergo, ecc.) sono invece sempre da evitare, anche perché si potrebbero violare norme penali. Non si possono usare droni per captare volontariamente conversazioni altrui.
  1. Non lasciare a casa il buon senso.La miglior difesa anche nel periodo delle vacanze è usare con consapevolezza e attenzione le nuove tecnologie e gestire con accortezza i nostri dati personali, ricordando semplici regole che tutti possono mettere in campo.

Per maggiori informazioni, è possibile consultare anche la sezione Diritti del sito web www.garanteprivacy.it e le campagne di comunicazione del Garante.

È inoltre possibile rivolgersi per informazioni, chiarimenti o segnalazioni all´Ufficio Relazioni con il Pubblico (URP) del Garante.

Fonte: https://www.garanteprivacy.it/estate

 

 

“Come potete notare non sono pochi i suggerimenti. Occorre sicuramente rieducare e studiare pian piano un nuovo modo per affrontare l’argomento in questione, consapevoli che porterà più serenità alla protezione dei nostri dati personali”.