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Autore: Giovanni Tisti

Giovanni Tisti è laureato in Psicologia e consulente esperto in Salute e Sicurezza sul Lavoro. Certificato DPO/RPD e Privacy Consultant accreditato ACCREDIA, è socio Federprivacy e vanta oltre 10.000 ore di formazione erogata.

La protezione dei dati personali

Come prepararsi al nuovo regolamento UE in vigore a maggio 2018?

 

Da maggio 2018 saranno istituiti il Data Protection Officer e un Registro delle attività, ma arriveranno anche regolamenti più restrittivi per le aziende e in Italia c’è ancora molto da fare.

Dalle varie ricerche è evidente come le aziende private, in particolare le PMI, siano in forte ritardo sul GDPR: pensate che quasi il 78% dei responsabili IT delle aziende coinvolte non ha compreso chiaramente l’impatto della nuova normativa o non ne è a conoscenza. Tra quelle che conoscono il GDPR, solo il 20% afferma di essere già conforme, mentre il 59% si sta adeguando e il 21% ammette di non essere a norma.

 Anche sul fronte pubblico, la situazione non sembra migliorare. A questo punto è lecito chiedersi: siamo pronti al nuovo regolamento europeo?”. 

 

«Digitech Center è pronto a gestire in toto la materia in questione dei dati personali, illustrandovi, passo dopo passo, tutte le iniziative e le disposizioni previste dal Nuovo Regolamento, segnalandovi ogni indicazione su come attuarle». Corsi personalizzati e consulenza a: info@digitechcenter.it

 

Trapianto di rene con robot chirurgico – Primo intervento al mondo

TRAPIANTO DI RENE DA RECORD

Grazie al robot chirurgico, i medici della Molinette di Torino sono riusciti a recuperare un rene rimosso per un’anomalia congenita e a impiantarlo in un paziente in dialisi. Il primo intervento al mondo di questo genere.

È grazie alla chirurgia robotica che i medici dell’ospedale Molinette di Torino hanno potuto recuperare un rene, tolto per un’anomalia congenita da una paziente, e trapiantarlo in un paziente in dialisi. Protagonista dello straordinario intervento, il primo del suo genere al mondo, è Da Vinci, il super robot sviluppato da Intuitive Surgical che ogni giorno conferma sempre di più la sua fama di miglior assistente dei chirurghi in sala operatoria. E, in effetti, il doppio intervento eseguito a Torino ha dell’eccezionale. A sottoporsi alla nefrectomia è stata una paziente di 45 anni portatrice di rene ectopico pelvico, una rara anomalia congenita che può portare, come nel caso in questione, a dolore cronico ingravescente e infezioni che richiedono la rimozione dell’organo.

Un intervento molto complesso

Il problema era che il rene si trovava in una posizione anomala e a stretto contatto con l’utero e con una vascolarizzazione complessa, per cui la sua rimozione appariva estremamente difficile. Si è così deciso di ricorrere al robot Da Vinci di ultima generazione in dotazione presso l’ospedale, dove viene correntemente utilizzato in campo urologico per interventi oncologici su prostata, rene e vescica.  «La chirurgia robotica è stata fondamentale in questa particolare situazione – ha spiegato il professor Paolo Gontero, direttore dell’Urologia universitaria alle Molinette, che ha eseguito l’operazione. L’aiuto del robot ha permesso l’accuratezza chirurgica necessaria in un intervento così delicato».

Il trapianto

Solo al termine di questa operazione, i medici, dopo un’attenta valutazione, hanno deciso di utilizzare per un trapianto il rene appena rimosso. Prima, però, hanno dovuto procedere con la ricostruzione della sua vascolarizzazione, altro intervento difficile per via della particolare complessità di arterie che presentava, del quale si sono occupati il dottor Maurizio Merlo, direttore della Chirurgia vascolare, e il dottor Aldo Verri.

A questo punto si è proceduto con il trapianto. A beneficiarne è stato un uomo di 51 anni, già pronto per l’intervento effettuato da due urologi, i dottori Omid Sedigh e Andrea Bosio, che ne hanno riorganizzato la componente urinaria per allinearla a quella del paziente. Fonte: Giuseppe Stabile

Digitech Center – confermata la presenza di robot in occasioni di interventi molto delicati. Altra occasione in cui l’utilizzo della robotica viene utilizzata nel miglior modo possibile. Sul nome del Robot Da Vinci potremmo aprire un sondaggio? 😉

 

Nomina DPO? Attenzione al conflitto di interesse

CONFLITTO DI INTERESSE – NOMINA DPO (responsabile della sicurezza dei dati)

La regola di riconoscimento che devono seguire tutte le pubbliche amministrazioni e le migliaia di aziende private che hanno l’obbligo di dotarsi di un “data protection officer” (DPO) è chiaramente espresso nell’art. 37 del Regolamento UE 2016/679, dove è prescritto che il responsabile della protezione dei dati deve essere “designato in funzione delle qualità professionali, in particolare della conoscenza specialistica della normativa e delle prassi in materia di protezione dei dati”, concetto ribadito anche nelle raccomandazioni contenute nelle Linee Guida  243 approvate dal Gruppo dei Garanti europei, ora tradotte in italiano a cura dell’Authority italiana.

Eppure, in base ai risultati che stanno emergendo da uno studio attualmente in corso, sembra che le imprese stentino ancora a mettere a fuoco la tematica, rivelando una certa difficoltà a distinguere perfino la differenza sostanziale tra la conformità alla normativa sulla protezione dei dati personali e la security, ramo dell’informatica che si occupa invece delle analisi delle minacce, delle vulnerabilità e dei rischi associati agli asset informatici al fine di proteggere i dati dai potenziali attacchi. Non sono infatti poche le società italiane che affidano l’incarico di data protection officer ad una risorsa del proprio reparto IT, oppure quelle che nel processo di selezione del DPO cercano prevalentemente le competenze informatiche, trascurando d’altra parte le conoscenze giuridiche, indispensabili per districarsi trai meandri della normativa per evitare sanzioni che con il nuovo Regolamento Europeo potranno arrivare fino a 20 milioni di euro o al 4% del fatturato annuo dei trasgressori.

Tuttavia, che la scelta di un informatico puro come data protection officer, o addirittura la designazione come tale di una risorsa che appartiene alla funzione IT, siano prassi che comportano elevati rischi di violazione della stessa normativa, è dimostrato dal caso emblematico di una società tedesca che è stata sanzionata dal Garante per la privacy bavarese perché aveva nominato DPO il proprio IT manager, configurando una situazione di palese incompatibilità. A spiegare come evitare simili violazioni, è il presidente di Federprivacy, Nicola Bernardi: “Un titolare del trattamento che designa il proprio IT manager come data protection officer, non solo deve dimostrare che tale persona possegga effettivamente le conoscenze specialistiche della normativa come richiesto all’art.37 del Regolamento, ma deve anche assicurare che altri compiti e funzioni da questo svolte non diano adito a un conflitto d’interessi, come prescritto nell’art.38, perché altrimenti il DPO dovrebbe in pratica controllare se stesso – sottolinea il presidente di federprivacy.

È chiaro come l’introduzione di tale figura serva non solo a spostare da un soggetto (titolare/responsabile del trattamento) ad un altro (il DPO appunto) tutta una serie di responsabilità in ambito di protezione dei dati, ma anche e soprattutto per permettere ad un soggetto specifico, specializzato, esperto in materia di occuparsi esclusivamente della protezione dei dati personali, rimanendo sempre aggiornato sui rischi, i problemi e le misure di sicurezza necessarie a garantire un livello di tutela adeguato. Il tutto in linea con l’importanza, la diffusione e la complessità che l’ambito della privacy e del trattamento dei dati (soprattutto in campo digitale e tramite web) sta sempre più acquisendo. Fonte: Osservatorio Privacy Avv. Cristiano Cominotto 

Digitech Center – Facciamo chiarezza, le imprese dovranno quindi, se vorranno garantire standard di sicurezza adeguati, nominare tali figure anche laddove ciò non sia obbligatorio per legge, affidando tale compito a soggetti terzi ed esterni: il DPO, infatti, riferisce direttamente ai vertici aziendali e non al titolare/responsabile del trattamento (sebbene anche questi ultimi siano suoi superiori), e nonostante le garanzie di autonomia e indipendenza sancite dalla legge, bisogna chiedersi effettivamente quanti dipendenti sarebbero pronti a denunciare comportamenti o valutazioni errate del titolare e del responsabile del trattamento al top manager.

Per cui facciamo attenzione e non stupiamoci se anche l’Authority italiana multasse imprese che non hanno prestato attenzione a questi requisiti essenziali.

 

 

Registrazioni telefoniche fraudolente? È reato.

In quali casi registrare le conversazioni telefoniche è legale? Ecco che cosa dice la nuova normativa e quali sono i reati di cui si rischia di essere accusati in caso di violazione.

Il disegno di legge sulla riforma del processo penale (DDL. n. 2067), oltre a prevedere, tra i vari punti, una riorganizzazione in materia d’intercettazioni, propone un nuovo tipo di reato con lo scopo di punire chi registra conversazioni o video con l’esclusiva finalità di danneggiare il soggetto registrato. Abbiamo chiesto un parere al Dott. Luigi Dinella dello Studio Legale Fioriglio Croari.

Spesso ci si chiede se sia possibile registrare determinate conversazioni telefoniche, in che modo queste registrazioni possano eventualmente essere utilizzate come prova in un processo e se si rischi d’incorrere in qualche sanzione per eventuali utilizzi impropri.

Le risposte a questo tipo di quesiti sono state offerte dall’ormai consolidato orientamento della Corte di Cassazione che, in più occasioni, ha affermato come registrare, anche in modo occulto, colloqui o telefonate sia del tutto lecito, purché il soggetto che registra sia parte attiva di questi e non un soggetto terzo (in caso contrario si parlerebbe di intercettazioni e non di registrazioni).

Tuttavia, queste riproduzioni non possono essere utilizzate in modo indiscriminato: l’utilizzo improprio delle stesse, se fino ad oggi avrebbe potuto integrare la violazione di alcune disposizioni del Codice della Privacy e del Codice Penale, potrebbe portare, in caso di approvazione da parte della Camera del disegno di legge sulla riforma del processo penale, all’integrazione di una specifica fattispecie di reato.

In questo articolo analizzerò questo nuovo tipo di reato, ma, per facilitare la comprensione della materia andrò inizialmente a descrivere la differenza tra intercettazioni e registrazioni (e tra le loro rispettive discipline), per poi analizzare le previsioni del Disegno di Legge citato.

Come accennato in precedenza, l’elemento che differenzia le intercettazioni dalle registrazioni è rappresentato dalla presenza attiva o meno del soggetto che registra all’interno della conversazione: parleremo di registrazione se questa è compiuta da uno degli interlocutori e di intercettazione, di converso, quando è un soggetto terzo a registrare. È bene tenere a mente questa distinzione, perché le due ipotesi sono regolamentate in modo completamente diverso.

In caso d’intercettazione, infatti, il codice di procedura penale prevede un’accurata disciplina che limita sia questo tipo d’attività sia l’utilizzo dei risultati così ottenuti all’interno del procedimento penale.

Per esempio è necessaria l’autorizzazione del giudice per effettuare l’intercettazione; bisogna che i soggetti che comunicano tra di loro dovranno farlo in modo tale da escludere terzi (non, quindi, in un comizio o ad alta voce in luoghi pubblici); sono necessari strumenti tecnici di percezione della conversazione e un’ulteriore serie di requisiti indicati dal Codice di Procedura Penale, in mancanza dei quali le risultanze saranno inutilizzabili come prove. Addirittura, non rispettando le specifiche procedure prevista dal Codice si possono integrare i reati previsti all’art. 167 del Codice Privacy e 615-bis del Codice Penale.

Completamente diversa risulta, invece, la disciplina delle registrazioni, perché a parere della Corte di Cassazione la registrazione di una conversazione effettuata da parte di un soggetto che partecipa attivamente a quest’ultima rappresenta una semplice documentazione di ciò che l’udito ha captato: ciò che è stato detto entra a far parte del patrimonio conoscitivo di ogni partecipante e ognuno può disporvi.

La registrazione è dunque equiparata a un normale documento e ciò è conforme sia a quanto previsto dall’art. 234 c.p.p. (che qualifica come documento ogni rappresentazione di “fatti, persone o cose mediante la fotografia, la cinematografia, la fonografia o qualsiasi altro mezzo“: sarà documento anche un nastro contenente una conversazione), sia alle previsioni del Codice della Privacy, il cui articolo 13 consente l’utilizzo di ciò che viene registrato occultamente per difendersi in giudizio (dunque le registrazioni saranno utilizzabili come prove in un processo).

Vista la differenza e la possibilità di utilizzare in modo più agevole in giudizio le risultanze di una registrazione, è da condividere la ratio di una recente sentenza della Suprema Corte, per la quale è inutilizzabile come prova una registrazione effettuata all’insaputa dell’altro soggetto da uno degli interlocutori che si è, tuttavia, accordato in precedenza con la polizia giudiziaria, perché ciò rappresenterebbe una sorta di aggiramento delle regole previste dal c.p.p. in materia di intercettazioni (sarà necessario almeno un provvedimento di autorizzazione da parte del P.M.).

Analizzata la differenza tra i due istituti, si può esaminare e comprendere il nuovo reato previsto dal testo riforma del processo penale. Viene prevista la possibilità di punire con una pena, che può estendersi fino a quattro anni di carcere, chiunque effettui registrazioni vocali o audiovisive svoltesi in propria presenza, ma con esclusivo scopo fraudolento.

I requisiti per l’integrazione del nuovo reato sono essenzialmente due: la presenza diretta di chi effettua la registrazione (dunque la regola non vale per le intercettazioni) e lo scopo fraudolento della registrazione stessa: è infatti richiesto che il fine ultimo della registrazione sia la volontà di danneggiare la reputazione o l’immagine del soggetto registrato. Si parla dunque di un dolo specifico abbastanza difficile da integrare, soprattutto alla luce delle due ipotesi che ne escludono completamente la punibilità.

Infatti non sarà infatti punibile, in primo luogo, chi pur integrando tale tipo di reato utilizza le registrazioni nell’ambito di un processo amministrativo o giudiziario, esercitando dunque il diritto di difesa. Né sarà punibile chi effettua una registrazione esercitando il diritto di cronaca: sul punto vi è stata anche una recente decisione della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo che ha ribadito che una registrazione occulta svolta da un giornalista, quale espressione del diritto di cronaca, prevale sul diritto alla riservatezza del malcapitato ogniqualvolta la notizia sia d’interesse pubblico. Fonte: Dott. Luigi Dinella e diritto dell’informatica

 

Digitech Center effettua un corso anche sotto questo punto di vista – É quindi reato registrare conversazioni alle quali non si partecipa (es. art. 167 TU privacy, art. 615bis). Argomento davvero molto delicato. A tal proposito formiamo sessioni formative che hanno lo scopo di illustrare i concetti fondamentali della Legge, a tutti coloro che durante lo svolgimento della propria attività lavorativa si trovano a dover trattare dati personali e sensibili (nuova norma europea) con i compiti del DPO (Data Protection Officer – obbligo entro il 25 maggio 2018).

Fate attenzione a non lasciare registratori accesi in casa.

Aumento in Italia dell’Internet of things

La maggioranza delle soluzioni Smart Home in Italia riguarda la sicurezza e la gestione energetica della casa. Il 50% dei consumatori però pensa che le tecnologie non siano ancora abbastanza mature e il 67% teme rischi per sicurezza dei propri dati personali..

Il giro di affari della casa connessa in Italia vale 185 milioni di euro nel 2016. Arrivano i prodotti nei negozi, anche se oltre l’80% del mercato passa ancora da installatori e distributori elettrici. Numerose soluzioni offerte da startup. Lo sbarco dei colossi del web preannuncia un grande sviluppo nel 2017.

Si affacciano sul mercato italiano grandi player come Google e Amazon, parallelamente proliferano le soluzioni sviluppate da startup con offerte spesso complementari a quelle dei brand affermati. Compaiono i primi prodotti negli scaffali dei negozi (fisici e online) e cresce l’interesse dei consumatori verso soluzioni sempre più evolute che offrano però le necessarie garanzie di sicurezza e privacy. L’Internet of Things entra nelle case degli italiani e il mercato delle soluzioni IoT per la Smart Home nel nostro Paese vale 185 milioni di euro nel 2016, +23% rispetto all’anno precedente. Ma il suo potenziale è davvero enorme, perché la casa connessa si propone come il fulcro dell’ecosistema “internet delle cose”, capace di trainare dietro di sé diversi settori chiave del Made in Italy.

L’82% del mercato è ancora legato alla filiera tradizionale, composta da installatori e distributori di materiale elettrico, ma cresce la quota dei “nuovi” canali come retailer, eRetailer e assicurazioni che insieme rappresentano il 18% (circa 30 milioni di euro). I possibili impieghi sono molti e variegati, però la maggioranza delle oltre 290 soluzioni per la casa connessa censite in Italia e all’estero (il 31%) è dedicata alla sicurezza – tra videocamere di sorveglianza, serrature, videocitofoni connessi e sensori di movimento seguita dalla gestione energetica, come le soluzioni per il controllo remoto degli elettrodomestici (10%), la gestione dei sistemi di riscaldamento e raffreddamento (8%), il monitoraggio dei consumi dei dispositivi elettrici (10%).

L’offerta di prodotti per la Smart Home è in continuo divenire. Il 68% delle soluzioni sul mercato è “Do It Yourself”, con un processo di installazione semplificato, anche se non tutti gli utenti sono in grado di fare a meno del tecnico: il 70% di chi ha acquistato prodotti connessi si è rivolto a installatori o piccoli rivenditori. Il 52% delle soluzioni oggi è offerto da startup, che spesso sviluppano proposte complementari a quelle dei brand affermati. Ma in questi mesi si stanno affacciando sul mercato italiano anche i grandi operatori “Over The Top” con hub dotati di assistente vocale per dialogare con gli oggetti connessi (Google Home, Amazon Echo): l’ingresso dei grandi marchi spingerà certamente lo sviluppo della casa connessa, renderà più facile l’interoperabilità tra i vari oggetti (che resta ancora una grande barriera) e sarà fondamentale per aumentare la fiducia dei consumatori.

Sono alcuni dei risultati della ricerca Smart Home dell’Osservatorio Internet of Things della School of Management del Politecnico di Milano, in collaborazione con Doxa, presentata Giovedi 23 Febbraio 2017 al convegno “Smart Home: l’Internet of Things entra dalla porta di casa”.

I canali di vendita – Nel 2016 per la prima volta sono nate aree dedicate alla Smart Home nei negozi di elettronica, sono state lanciate le prime proposte nel mondo della GDO, mentre si nota una discreta diffusione nei negozi del fai-da-te e sono visibili sezioni di vendita nei siti online dei principali eRetailer. Nonostante volumi ancora limitati (20 milioni di euro circa, il 13% del mercato), retailer e eRetailer hanno un ruolo importante potendo fungere da vero e proprio showroom dei prodotti, che sono oggi alla portata di un pubblico sempre più ampio.

Pur con livelli ancora embrionali, anche utility e operatori telco hanno iniziato a promuovere prodotti e servizi per la Smart Home. Le prime affiancano a soluzioni classiche – come il monitoraggio dei consumi energetici – prodotti per l’antintrusione e la videosorveglianza. Mentre le telco iniziano a offrire SIM dati con piani tariffari pensati per le applicazioni Smart Home da inserire in antifurti, caldaie, termostati, oppure direttamente prodotti connessi con associato un abbonamento per la connettività.

Oggi in Italia anche sei compagnie assicurative propongono polizze casa legate alla presenza di oggetti connessi (una in più dell’anno precedente) e alcuni grandi operatori stanno lavorando allo sviluppo della propria offerta, ma il mercato è ancora poco dinamico. Le polizze assicurative smart non si rivolgono solo alla casa, ma anche a uffici e piccoli esercizi commerciali per la rilevazione di allagamenti, incendi o eventuali intrusioni, a cui viene associato un servizio di assistenza 24 ore su 24. Cresce il numero di offerte per il wellness (ad esempio dispositivi wearable con sconti sulla polizza se si pratica attività fisica) o per l’eHealth (polizze scontate se associate all’acquisto di strumenti in grado di monitorare parametri vitali).

I consumatori – Il 26% dei consumatori italiani dispone di almeno un oggetto intelligente e connesso nella propria abitazione e il 58% ha intenzione di acquistarli in futuro. Lo rivela l’indagine realizzata dall’Osservatorio Internet of Things in collaborazione con Doxa su un campione rappresentativo degli utenti Internet dai 25 ai 70 anni, da cui emerge che gli italiani non ritengono ancora sufficientemente pronta l’offerta Smart Home: chi non dispone già di oggetti connessi nella sua abitazione nel 50% dei casi è “in attesa di soluzioni tecnologicamente più mature” per acquistarli. E c’è scarsa fiducia sulla possibilità che i dati personali siano protetti da eventuali attacchi da parte di hacker: il 67% dei potenziali acquirenti è preoccupato per i rischi di accesso o controllo degli oggetti connessi da parte di malintenzionati. La sicurezza si conferma al primo posto anche tra le preferenze dei consumatori che hanno già acquistato prodotti (13%), seguita da climatizzazione (8%), riscaldamento (8%) e gestione degli elettrodomestici da remoto (6%).

In ogni caso, per i consumatori italiani è cruciale la presenza di installatori (come idraulici o elettricisti) o piccoli rivenditori: si è rivolto a questi il 70% di chi ha comprato oggetti connessi e lo farà una percentuale tra il 35% e il 60% (a seconda dell’oggetto) di chi acquisterà in futuro. Il 31% invece ha comprato online e il 30% tramite canali della GDO, come negozi di bricolage o elettronica. Proprio i negozi di elettronica spiccano come canali emergenti: metà dei consumatori intende acquistare oggetti smart in futuro direttamente in questi negozi.

Le startup – Sono 124 le startup operanti nella Smart Home a livello globale, in continua crescita (+26% rispetto al 2015), di cui 89 finanziate da investitori istituzionali e capaci di raccogliere complessivamente negli ultimi tre anni quasi 1,2 miliardi di dollari. Le soluzioni offerte dalle startup sono principalmente in ambito sicurezza (22%), gestione scenari (20%) e monitoraggio dei consumi energetici (18%). Produttori, compagnie assicurative, utility e OTT guardano alle nuove realtà anche in ottica open innovation, con accordi di partnership o acquisizioni.

Le tecnologie – Sono diverse le tecnologie IoT a corto raggio per la Smart Home, a cui si aggiungono i protocolli LPWA (Low Power Wide Area), che aiutano a coprire esigenze specifiche. Almeno nel breve periodo non si intravede una convergenza verso un’unica soluzione, ma l’eterogeneità delle tecnologie di comunicazione non rappresenta necessariamente un ostacolo a un’esperienza omogenea e fluida per l’utente, che si può ottenere con diverse soluzioni. Fonte Doxa

Noi di Digitech Center sosteniamo e supportiamo l’innovazione con professionisti soprattutto nel mondo IoT. 

 

Innovazione significa migliorare anche la salute

Le cinque innovazioni che miglioreranno la nostra salute

Dall’intelligenza artificiale che monitora le nostre condizioni mentali, fino alla realtà virtuale per combattere la solitudine. Ecco come la tecnologia trasformerà il modo in cui ci prendiamo cura di noi stessi.

Nel giro di pochi anni, l’intelligenza artificiale, la realtà virtuale e l’internet delle cose trasformeranno profondamente ogni aspetto delle nostre vite. Tra i settori destinati a essere rivoluzionati, uno dei più importanti è quello della medicina e della salute: le nuove tecnologie saranno in grado, tra le altre cose, di controllare sempre più a fondo il nostro stato di salute, di alleviare i problemi degli anziani e di contribuire a ridurre l’inquinamento atmosferico.

L’intelligenza artificiale che monitora la nostra salute mentale

Gli scienziati non sanno ancora come funziona il nostro cervello, ma sanno che il linguaggio è la chiave che può decifrare il suo stato di salute. Per questa ragione, secondo un report IBM, nel giro di cinque anni indosseremo dei dispositivi che, grazie all’intelligenza artificiale, analizzeranno il nostro modo di parlare – a livello di sintassi, significato e anche intonazione – in cerca di segnali che potrebbero indicare se stiamo sviluppando un disturbo mentale (dalle crisi d’ansia alla depressione) o neurologico (Parkinson e Alzheimer). Questi dati verranno poi inviati al nostro medico per consentirgli di monitorare la situazione e arrivare il prima possibile a una vera e propria diagnosi.

Una chatbot ti prescrive la cura 

Una start-up di Londra, YourMD (“Il tuo dottore”) ha creato una chatbot (le interfacce grafiche che consentono di dialogare con un software) alla quale descrivere quali sintomi si avvertono e ricevere in cambio una cura adatta, ma ovviamente ufficiosa, individuata da un’intelligenza artificiale in grado di analizzare un enorme database medico. L’applicazione è già disponibile per Android, ma prima di poterla considerare davvero affidabile bisognerà aspettare ancora un po’.

Il chip che individua i primi segnali di tumore 

IBM sta sviluppando una nuova tecnologia Lab-on-a-chip in grado di separare le particelle biologiche su scala nanometrica per individuare i primi segni di tumore quando ancora si trova nelle primissime fasi. La ricerca avviene attraverso biopsie liquide capaci di filtrare e analizzare le cellule del sangue o di altri liquidi corporei. Questo significa che in futuro potremo utilizzare, direttamente a casa, un dispositivo che analizza regolarmente i nostri liquidi in cerca di biomarcatori, per poi inviare via internet i dati ricavati a chi dovrà eventualmente analizzarli più a fondo.

La realtà virtuale aiuta gli anziani a combattere la solitudine

Rendever è una start-up di Boston che sfrutta la realtà virtuale per aiutare gli anziani che vivono in ospizio a combattere la solitudine e a mantenere una buona salute mentale. Lanciata lo scorso anno da due studenti del MIT, Dennis Lally e Reed Hayes, la compagnia offre un pacchetto di oltre 100 esperienze virtuali: dalle escursioni in canoa, alle visite nei musei, alle gite sul Grand Canyon. Nell’abbonamento che i creatori stanno studiando, sarà incluso anche un set di telecamere da fornire alle famiglie di chi vive in ospizio; le riprese degli eventi familiari saranno caricate automaticamente nel cloud per poi essere “vissute” in realtà virtuale dagli anziani (nel futuro, è facile immaginare, anche in diretta).

La IoT contro l’inquinamento 

La qualità della salute passa anche dalla lotta all’inquinamento; nonostante se ne parli poco, le perdite che costellano i metanodotti sono tra le principali responsabili delle emissioni di gas serra nell’atmosfera (come più volte denunciato dal World Resources Institute). Nel giro di qualche anno, una nuova tecnologia IBM permetterà di distribuire lungo la rete di distribuzione del metano dei sensori connessi all’internet delle cose, in grado di monitorare costantemente la situazione. In questo modo, ci vorranno solo poche ore per individuare e aggiustare le perdite, riducendo sia inquinamento, sia sprechi di energia.

Fonte: ANDREA SIGNORELLI

 

La salute. Un argomento a noi caro che nessuno può precludere, non trovate? Allora perché non integrare l’innovazione al fine di tutelare la nostra benedetta salute? E’ un nostro diritto!

 

Miur 2017: digitale, inclusione e formazione

Il Ministero dell’Istruzione ha pubblicato l’atto di indirizzo con le sue priorità politiche per il 2017

È stato firmato dal ministro dell’Istruzione Valeria Fedeli l’atto di indirizzo per le priorità politiche del Miur per il 2017. Fin dalla prima riga si chiarisce l’intento a “proseguire nel processo di implementazione e completa attuazione della legge 107”, cioè della riforma detta “Buona Scuola” del 2015. Stesso discorso anche per il Piano nazionale per la formazione dei docenti, e per il Piano Nazionale Scuola Digitale che viene confermato e portato avanti. Il Ministero ha diffuso l’atto di indirizzo per il nuovo anno riassumendo i suoi obiettivi in 9 punti.

Miglioramento del sistema scolastico: reclutamento e formazione

Già il primo punto del documento mette l’accento sulla formazione degli insegnanti e sul reclutamento del personale. Oltre a confermare la legge “Buona Scuola” si vuole “valorizzare tutto il personale attraverso il rinnovo dei contratti nazionali, sostenere il processo di consolidamento dell’autonomia scolastica e del sistema di valutazione e dare stabilità e certezza di governance agli istituti attraverso lo svolgimento dei concorsi per dirigente scolastico e direttore dei servizi”.

Inclusione e classi multiculturali

La seconda priorità è l’inclusione scolastica, “con particolare attenzione agli studenti con disabilità e disturbi specifici dell’apprendimento, in situazioni di svantaggio socio-economico, linguistico e culturale”. Il documento cita anche gli studenti stranieri sottolineando l’intenzione a “sostenere classi multiculturali”. Questa priorità abbraccia anche altri problemi della scuola, come quello della dispersione scolastica, e del bullismo: un obiettivo del Ministero è “attivare azioni rivolte alla prevenzione del disagio giovanile, in particolare con riferimento alla parità di genere, ai fenomeni del bullismo e del cyberbullismo e alla lotta alle dipendenze da droga e alcool”.

Internazionalizzazione e ricerca

L’atto di indirizzo del Miur si sofferma poi sull’esigenza di rendere la scuola più internazionale, sostenendo “in modo sistematico la flessibilità scolastica curricolare attraverso formati e modelli didattici innovativi e aperti”, espandendo l’alternanza scuola-lavoro e rafforzando la filiera tecnico-scientifica comprensiva della formazione tecnica superiore”. Il ministero si sofferma poi sull’università, sulla necessità di proseguire con il processo di digitalizzazione delle scuole e di riqualificazione delle scuole dal punto di vista dell’edilizia. Fonte: valeria fedeli

Anche noi sosteniamo questa politica e oltre a indicare la riforma “Buona Scuola”, il ministro dell’istruzione introduce l’inclusione scolastica agli studenti con disabilità e disturbi specifici dell’apprendimento, in situazioni di svantaggio socio-economico. Questo è un aspetto di fondamentale importanza poiché permetterà di creare le famose classi multiculturali allargando e condividendo processi di digitalizzazione legati anche alla parità di genere.

 

Nest arriva in Italia: la casa intelligente, ecco i termostati e le telecamere

la startup fondata nel 2010 dagli ex Apple Tony Fadell (il papà dell’iPod) e Matt Rogers (attuale Chief Product Officer dell’azienda) ed acquistata quattro anni più tardi da Google per 3,2 miliardi di dollari, va molto oltre il concetto di un ambiente popolato di oggetti e dispositivi connessi. E il lancio sul mercato italiano (oltre che in Austria, Germania e Spagna) di alcuni dei suoi prodotti a catalogo (termostato, telecamera indoor e outdoor, già disponibili in pre-ordine su possono già essere preordinati su Amazon.it, Media World ed ePrice e in consegna a partire da metà febbraio) è stata l’occasione per ribadire un concetto molto caro ai fondatori. E cioè quello di una casa intelligente che si prenda cura delle persone. Risparmiando energia e aumentando la sicurezza di chi la abita. Un mercato potenziale importante anche in Italia.

 

Di strada, in questi sei anni, Nest ne ha fatta parecchia: le sue soluzioni, recita una nota ufficiale, sono installate in oltre 190 paesi sebbene i mercati di sbocco siano solo una decina oltre agli Stati Uniti, dove fu aperto nel dicembre del 2015 il primo store dedicato, a Palo Alto, in California. Con l’ingresso in quattro nuovi Paesi europei e le partnership strette con selezionati operatori del mondo retail, telco ed energetico, l’obiettivo è ovviamente quello di aumentare sensibilmente il numero di famiglie servite. Di numeri precisi i responsabili di Nest non ne fanno, limitandosi a ricordare che fino a oggi superano il milione i dispositivi venduti nel mondo (con una crescita costante anno dopo anno) e che “il mercato potenziale c’è, sta prendendo forma ed è già importante, anche in Italia”.
Per attaccarlo, anche al cospetto di una concorrenza (in primis specialisti come Bticino, Honeywell, Netatmo e Tado) che a sua volta vuole sfruttare il richiamo della “smart home” sui consumatori più avvezzi al digitale, Nest punterà non solo sulla natura innovativa dei suoi device. L’accordo con Engie Italia, uno dei 75 partner energetici di Nest in tutto il mondo, va per esempio nella direzione di offrire all’utente un pacchetto completo per ottimizzare la gestione dei consumi di elettricità dentro casa. Azzerando del tutto lo scoglio di eventuali problemi di installazione e configurazione dei prodotti smart. Nei prossimi mesi scatteranno inoltre i programmi già definiti con Wind Tre e Gruppo Generali, mentre non trascurabile potrebbe essere il volano degli incentivi previsti dalla Legge di Stabilità 2016, che prevede detrazioni fiscali per le spese relative all’acquisto, all’installazione e la messa in opera di dispositivi multimediali per il controllo da remoto degli impianti di riscaldamento, di produzione di acqua calda o di climatizzazione delle unità abitative. Come il termostato Nest, per l’appunto.

Sensori e algortimi per imparare le nostre abitudini domestiche. Il Learning Thermostat, a cui Nest attribuisce il merito di aver contribuito a risparmiare circa otto miliardi di kWh di energia fino ad oggi, è un oggetto bello da vedere (grazie al design con rotellina in vetro e metallo), naturalmente connesso a Internet oltre che alla caldaia (tramite una scatoletta fornita nella confezione, l’HeatLink) e la cui peculiarità è quella di auto-apprendere, acquisendo ed elaborando le informazioni raccolte attraverso i sensori, gli algoritmi e le capacità di intelligenza artificiale e deep learning di cui è dotato. L’apparecchio, insomma, è in grado di capire e recepire giorno dopo giorno i nostri movimenti, le nostre abitudini legate alla temperatura di comfort preferita in casa ma anche la variabilità delle condizioni meteo apprese in formato digitale. Così facendo impara e si programma da solo per gestire in modo sempre più calibrato ed efficiente accensione, spegnimento e temperatura della caldaia o dell’impianto di climatizzazione.
Fra i suoi punti di forza, assicurano da Nest, c’è sicuramente la semplicità d’uso in combinazione con l’app da installare sul proprio smartphone, da cui poter controllare comodamente tutte le “prestazioni” della casa da remoto. E i vantaggi in fatto di risparmio di energia consumata? Un numero preciso, anche in questo caso, non c’è. Pensare a un abbattimento dei consumi anche nell’ordine del 20%, ci dicono i diretti interessati, è però qualcosa di realistico. Ma dipende molto da casa a casa e da utente a utente. Il Learning Thermostat, questo è certo, si potrà acquistare a listino a 249 euro ed è un gadget che fonda tutta la sua intelligenza sul software. Oggi siamo arrivati alla terza generazione, con la prossima Nest è convinta di poter aggiungere ulteriori capacità cognitive al dispositivo, per renderlo sempre di più un gadget tecnologico a misura di persona. Fonte: Gianni Rusconi

Dal nostro punto di vista è l’ennesima conferma dedicata alla rivoluzione digitale, pensare in maniera differente. Mentre dal lato consumer si sono già avviati botta e risposte sulla caldaia a condensazione, risolto poi con collegandolo ai morsetti di ingresso termostato ambiente, programmare in autonomia gli anticipi e il tempo minimo di mandata, oggetti costosissimi, funziona in off per cui non conveniente ecc.

Proviamo invece a pensare in maniera diversa cambiando la prospettiva. Controllano le nostre abitudine sulla spesa, sulla moda, la cultura (mostre, libri ecc.), allora perché non utilizzare questi sistemi per risparmiare i consumi? Perché non riduciamo gli sprechi e li trasformiamo in concime (cucine smart viste al CES)? Perché non rendiamo semplice ogni gesto quotidiano?